lunedì 20 dicembre 2010

Mediterraneo in Media

Vivere in una terra di mezzo ci educa alla consapevolezza del completamente diverso; è un abito mentale insito nei nostri cromosomi, nella memoria dei nostri corpi, in quanto abitanti del centro di un universo compiuto, culturalmente autosufficiente e rigoglioso. Qui il completamente diverso diventa anche un diverso che completa, poiché posso riconoscermi nell’altro da me elevando a pietra di paragone proprio ciò che ci diversifica, poiché ciò che non sono apre ai miei occhi infiniti orizzonti di ciò che sarei potuto essere, che potrò divenire o, perfino, ciò che un tempo sono stato.

Il Mediterraneo, che è fatto dalle identità delle donne e degli uomini che si affacciano su questo mare isolato, racchiuso, quasi coccolato dall’abbraccio delle terre è, in un in potenza sempiterno, il luogo eletto per questo interscambio di vite che fluiscono come le correnti che lo muovono, sotto la patina del salato.

Alcuni, poi, lo raccontano e, raccontandolo, lo modificano, lo impreziosiscono o, peggio, lo deformano. È vero che i nostri occhi lavorano come caleidoscopi rifrangenti, e alle volte disegnano meravigliose geometrie colorate e certe altre terribili accozzaglie di toni scuri.

Qual è il modo di approcciarsi dei media al racconto del Mediterraneo e dei popoli che lo abitano? Quale interesse è sotteso a questo o quel modo di mediare una realtà?

Raccontare è un lavoraccio; non sai mai se ciò che dici corrisponde al vero o se stai seguendo le tue allucinazioni fisiche o ideologiche. Eppure è allo stesso tempo necessario, poiché l’immaginario collettivo su cui si fonda il reale ha bisogno di racconti per continuare a permeare la meravigliosa struttura scenica che ci siamo costruiti come habitat. E il Mediterraneo è un meraviglioso teatro pieno di quinte.


F. Alessandro Motta

mercoledì 17 novembre 2010

Novembre, 2010

Cosa sarebbe il film della nostra vita senza uno straccio di colonna sonora?
Ebbene, poiché non ci limitiamo agli stracci, abbiamo pensato di creare una rubrica ad hoc per sussurrarvi un possibile tema sonoro per quando viaggiate in treno con la fronte al finestrino e i pensieri altrove; per quando passeggiate in un parco e ogni cosa è così cinematografica che vi immaginate persino dove mettereste la macchina da presa; per quando siete assolutamente soli, per la sigaretta della buonanotte, per un pensiero fuggevole. Consideratelo un gesto di cura.

Ad ogni uscita, compreso il n.zero, troverete in finale un titoletto, Volevo essere Nick Hornby, e una lista di 10 brani musicali; con qualche probabilità l'autore/autrice della lista varierà d'uscita in uscita.
Avremo poi modo di inserire i brani in lista nel blog attraverso una playlist (il playerino) così da permettervi di leggerci e di sentirci pure!

(Questa è la nostra sfida del nuovo millennio: riuscire ad inserire 'sto palyerino senza l'aiuto di un informatico! help!)


volevo essere Nick Hornby


1 Bob Corn: Cold and Gold,
We don't need the outside

2 Roni Size: Brown paper bag,
New forms

3 The Chap: We'll see to your breakdown,
Well done Europe

4 Enrico Brizzi e n. 6: Bernhard Hartman,
Il pellegrino dalle braccia d'inchiostro

5 Cesare Basile: Closet meraviglia,
Tra il tuo corpo e la cena

6 The postal service: Such great heights,
Give up

7 Antony and the Johnson: My lady story,
I'm a bird now

8 Le loup garou:
Wipiti dance dance,
Wipiti dance dance

9 Don Settimo: Il vangelo di Totò,
Notte di mamma

10 Lali Puna:
Scary world theory,
Scary world theory



Nessun Confine

mercoledì 10 novembre 2010

Fenomenologia della pioggia o un millimetro di spessore

Plic stocastici sopra le nostre teste, case, strade.

Plic che si insinuano nelle fessure delle rocce, tra le radici emerse di ex boschi, tra le crepe dei muri delle case, antiche o vecchie o nuove.

Rigagnoli silenti o sferzate ventose che s’abbattono contro le facce e le facciate e lavano, certe volte, e corrodono, altre.

Acquazzone, pioggerella, lieve umidore, precipitazioni torrentizie, schiaffo naturale, ciclone, condizione definitiva e definitoria.

La pioggia, inzuppa villani, per malizia o per mera gravità, impregna ogni luogo di sé e lo ammorbidisce, sfaldando le pietre, illanguidendo i legami delle cose che, d’un tratto, si abbandonano alla caducità propria dei mortali e gli immobili si fanno mobili e, derive fangose discendono di una natura terribile e placida, vorticosa e placida, impetuosa e placida, rumorosa e placida; ché la Natura, dal suo punto di vista, non si cura.

E l’acqua che esonda, tracima, trabocca, rigurgita, vomita, esulta, si libera, non defluisce secondo le vie naturali – che noi abbiamo interrato e su cui abbiamo costruito palazzi – ma permane: nelle case, nelle colture, tra i mattoni che si spezzano, sopra le nostre teste bagnate da un’ineluttabile conseguenza.

Persino la terra s’allarga sotto ai nostri piedi e tenta di ingoiarci, pre-tumularci, poiché di noi s'è proprio scocciata, del nostro brulicare incurante, del nostro ammazzarci per un dominio che poca acqua può far scomparire. In fondo, viviamo incerti sopra un millimetro di spessore.


F. Alessandro Motta

lunedì 8 novembre 2010

Pozzanghera





... comincerò a volare verso il basso
e ancora più in giù verso il
basso,
verso le nuvole riflesse
e forse anche oltre.


(da La pozzanghera, W. Szymborska)





Alberta Dionisi

lunedì 1 novembre 2010

Rabbia

Un’intervista multipla, una vita raccontata da cinquantasei voci, le quali si intrecciano e sovrappongono come potrebbe avvenire quando tra amici si parla (e spesso si “sparla”) di qualcuno conosciuto da tutti. Cinquantasei voci che, se non fosse per il riepilogo finale, neanche ricorderesti al termine del romanzo, tanto si amalgamano bene nel tracciare una biografia al limite del mitologico. Un saggio sulla relatività, com’è inevitabile quando la medesima storia è narrata da persone diverse. Talmente diverse che, ad un certo punto, sembra quasi che non stiano davvero raccontando la stessa storia.

Rabbia racchiude tutti i caratteri dell’oralità e della biografia annullando le unità classiche di spazio e tempo. Come ogni biografia, anche questa è condita da numerosi aneddoti; aneddoti esaltati dalla dimensione del ricordo di un passato personale che quasi è nobilitato dal fatto di avervi partecipato Buster Casey, d’altronde” «un morto famoso non può girare per strada senza incontrare un milione di migliori amici che nella vita vera non ha mai conosciuto».

Arrivi a leggere più di metà romanzo pensando che gli intervistati siano degli esaltati mitomani, e poi inaspettatamente ogni evento trova il proprio spazio, uno spazio che però va al di là del tempo. Vitale per il romanzo è il concetto di tempo relativo, senza il quale non si potrebbe introdurre il tema della relatività dell’Io. è vitale ai fini della trama, è vitale ai fini del ritratto del protagonista che è presente sempre, nelle parole e nei ricordi, ma anche fisicamente presente a se stesso in più luoghi e in più tempi, come se fosse la massa responsabile della curvatura dello spaziotempo. E in questa realtà molteplicemente relativa coinvolti da un vortice di fatti - luoghi - tempi si è sostanzialmente liberi nello scegliere “se” e “a chi” credere. Nessuno mente, o tutti mentono. Ma in fondo «quando tutti cominciano a raccontare la stessa bugia, allora non è più una bugia. Non più


Mariafrancesca Scilipoti

tra le bugie

venerdì 8 ottobre 2010

Ragazze della guerra


Susan Scholl è una giornalista austriaca. Corrispondente da Mosca per la tv del suo Paese, si è occupata, come altri prima di lei, della situazione cecena nell’attuale Federazione russa. Come Anna Politkovskaja: donna simbolo della denuncia ed esempio di giornalismo impegnato, una delle prime ad aver parlato al mondo dei soprusi subiti dalla gente di Cecenia. Ed è proprio a lei che si deve l’esistenza di questo libro: “Ragazze della guerra” nasce infatti dalle ricerche svolte per un lungometraggio sulla Russia post-Politkovskaja.
L’inchiesta della Scholl racconta un viaggio nel Caucaso attraverso le storie delle donne incontrate.
Donne che hanno vissuto la deportazione, la fame, l’angoscia di non avere il cibo per i propri figli. Donne che hanno vissuto la guerra. Come Eva, presenza costante nel libro, quasi una guida in questo viaggio all’interno della disperazione. Eva, madre di due figli e moglie di un marito dispotico, che la picchia. La stessa Eva che ha scelto di documentare la realtà cecena con una telecamera, mettendo costantemente in pericolo la propria vita. Una scelta fatta anche da Natalija, uccisa dopo due anni dalla pubblicazione in tedesco di questo libro. E Lisa, famosa cantante cecena, straniera a Mosca, che racconta il suo tempo con le canzoni. Ma anche Sara, Rosa e tante altre donne cecene costrette a vivere fra il terrore di una guerra mai conclusa e la tradizione maschilista della “legge delle montagne”.
Mantenendo una posizione marginale, da osservatrice discreta, la Scholl lascia la parola alle tante protagoniste di questo libro. I suoi interventi diretti sono rari, limitati ad espressioni di ammirazione, sorpresa e, talvolta, di incomprensione. Di fronte alle condizioni di vita delle sue interlocutrici e alla speranza che persiste anche quando non rimane più nulla in cui sperare, in una Cecenia che vive una condizione estrema, perfettamente riassunta dalla poesia raccontata da Eva sul vecchio che piange, dove “Passa un angelo, gli chiede perché piange, poi gli promette di alleviare il suo dolore. Ma quando il vecchio dice di essere ceceno, l’angelo gli si siede accanto e inizia a piangere insieme a lui”.



Sara Loddo

lunedì 4 ottobre 2010

La fine del mondo e il paese delle meraviglie


Buio – Acqua – Tempo – Grigio – Unicorni

Sono le prime parole che mi vengono in testa quando penso a La fine del mondo di Murakami Haruki.
È un testo particolarmente affascinante per il tema trattato: le pareti del mondo non coincidono con le pareti della mente, né quelle fisiche né quelle temporali e, se i confini del fisico crollassero entro quelli del mentale potremmo persino sperimentare l'idea di eterno.
La storia è quella di un uomo, un cibermatico, uno che lavora col suo cervello come una specie di crittografo corporeo, immagazzinando dati e confondendoli con il proprio subconscio; è un lavoro complicato, che rischia di portare all'implosione della sottile membrana che separa quello che vedo da quello che vedo di vedere.
Il mondo fisico, una specie di Tokyo post moderna, è abitato, nelle sue profondità, nei sotterranei, da mostri terribili, gli Invisibili, che abitano il buio, l'impenetrabile cortina di un inconscio ferino e arcaico. Essi rappresentano, forse, i traumi non detti, le emozioni forcluse, la caverna interiore dove non ci è dato accedere senza il rischio per la nostra stessa incolumità fisica. Essi vivono in luoghi acquosi, dove l'acqua forma l'ambiente perfetto per loro e allo stesso tempo li tiene a freno. Allo stesso tempo; quale? Quello del mondo là fuori o quello del mondo là sotto o, ancora, quello del mondo là dentro? Il tempo si mostra, ancora una volta, per quello che è: un concetto relativo ai luoghi, alla percezione, allo spazio degli accadimenti. E nella mente il tempo può durare per sempre e il per sempre nella mente può durare cinque minuti nel mondo delle cose che si toccano.
Ci sono, oltre ai cattivi tout court, quelli che lo sono perché vogliono impadronirsi delle informazioni su un progetto segretissimo (che non posso svelare data la segretezza!) e che si chiamano i Semiotici; e per un mondo fatto di simboli arcaici e di forze che non vogliono farsi interpretare, i Semiotici sono fin troppo fastidiosi.

… e poi c'è una città perfetta ma assolutamente triste e grigia, dove nessuno pare avere sentimenti e tutti vivono tranquillamente (?) una vita inerte. Al loro arrivo in città vengono separati dalle loro ombre, perché si scordino dei corpi che sono stati e restino per sempre quello che sono adesso, immagini di una mente rifugiata. In questa città c'è un temuto Guardiano che non lascia uscire nessuno e che accudisce migliaia di unicorni, i quali raccolgono i sogni (le vite?) di ciascuno fino all'arrivo in città e una biblioteca dove qualcuno ha il compito di registrarli.
Per fuggire c'è un solo modo: tuffarsi nelle acque scure di un lago.


Film consigliati: Blade Runner, Inception


Alessandro Motta

sulla realtà delle ombre

martedì 28 settembre 2010

Meteo librario




Che tempo fa nelle vostre librerie?
Sole, bufera, schiarite?
Quali sono le massime e le minime?
Stiamo raccogliendo notizie dalle librerie della Sicilia.

Se hai una libreria e vuoi partecipare:
capperi.redazione@gmail.com

Ogni mese su Capperi! pubblicheremo il meteo librario dell'isola

Numero Zero

Care e cari,
è arrivato il momento di partecipare.

L'obiettivo di OssiDiferro è quello di pubblicare una rivista cartacea che segua le linee guida del manifestarsi che non aspetta altro che essere vissuto, ampliato, discusso da tutte e tutti voi.

Avremmo in mente di preparare un numero zero, un po' per vedere l'effetto che fa, un po' per capire se l'esperimento può funzionarare.

Esiste un menabò e un sommiamo. Abbiamo individuato alcune rubriche fisse e altri spazi liberi per recensioni, inediti, appunti, teorie, riflessioni.
Le rubriche sono queste:
- meteo librario: una sorta di osservatorio sul mercato del libro, cominceremo dalla nostra regione per poi conquistare l'universo...
- libri diadainconsupertrafra: recensioni che abbiano un tema "alle spalle", ne trovate qualche esempio su www.rivistacapperi.blogspot.com
- mald'estro: rubrica di poesia e sulla poesia
- profondamente pensare: rubrica di filsofia e sulla filosofia
- libri da leggere e rileggere: uno spazio dedicato ai nostri evergreen
- appuntamenti al buio: anticipazioni di nuove uscite delle nostre case editrici preferite
- cartolinee: fotografie, collages, strisce, ritratti, bozzetti che vi sono venuti in mente stimolati da un libro, da un titolo, da un autore.

Chiunque volesse partecipare ci mandi una mail a capperi.redazione@gmail.com entro il 1 ottobre
Vi diamo un limite di tempo non per costringervi a fare ciò che non volete/potete fare, ma perché abbiamo necessità di organizzarci, di lavorare al numero zero assolutamente prima di novembre.

martedì 21 settembre 2010

Dieci titoli per un ritratto

Mamadou va a morire


Fare un corso di italiano per immigrati ed immigrate significa conoscere storie, drammi, difficoltà, problemi, amarezze.
Significa anche conoscere nuovi sapori, colori, odori, sorrisi, occhi, sentimenti, affetti e piccole conquiste.
Uno degli argomenti più difficili da affrontare con gli studenti quando diventano amici, fratelli, sorelle, compagni e compagne, è sapere come sono arrivati in Italia. E non perché manchino gli strumenti linguistici per raccontarti per filo e per segno com’è andata, ma perché il viaggio spesso è stato un’odissea che sembra difficile immaginare guardando i volti sorridenti, i vestiti puliti e il quaderno con gli esercizi da correggere.
Abituati alla nostra quotidiana normalità sembra assurdo che tutte quelle persone così care e così conosciute abbiano affrontato un viaggio allucinante, abbiano rischiato davvero la vita e messo la propria esistenza nelle mani di sciagurati mafiosi del mare (o del cielo o della terra, a seconda dell’itinerario). O si siano autoorganizzati magari insieme agli amici di sempre per affrontare il viaggio verso un’Europa che sposta sempre più a Sud i confini della sua fortezza rendendo le rotte sempre più insicure e l’arrivo sempre più lontano.
È molto difficile addentrarsi nel perché e per come, nei racconti di notti fredde e di amici morti, nella descrizione di vere e proprie macchine per far soldi messe in piedi da delinquenti di mezzo mondo.
Alla tv passano continuamente notizie inquietanti ed allarmanti di sbarchi di clandestini, di orde di gente in arrivo sulle nostre coste, di situazioni preoccupanti per la sicurezza del nostro paese.
Provate per una volta a mettervi dall’altro lato, a scoprire chi è quell’immigrato nord-africano inquadrato dal telegiornale al suo sbarco a Lampedusa, come ci è arrivato lì? A che prezzo?
Gabriele Del Grande è un ragazzo della mia età, qualche anno fa ha scritto un libro che fotografa lo stato reale delle cose, che racconta cosa succede davvero nel Mediterraneo. Ha raccolto storie di giovani in partenza dal loro paese, ha viaggiato con loro e ha messo insieme moltissimi dati, veramente sconcertanti, facendo un lavoro di informazione che purtroppo non viene diffuso nel mainstream ma che dovrebbe essere la vera lente per comprendere cosa sta succedendo alle nostre frontiere.
Quando il libro uscì Gabriele venne a presentarlo agli studenti del corso di italiano che insieme ad altri compagni e compagne avevamo organizzato in un centro sociale romano, e nelle discussioni scaturite prima e dopo l’incontro vennero fuori tanti ricordi, tanti racconti molto simili alle storie di Mamadou e degli altri protagonisti del libro. Testimonianza di un meccanismo che si ripete sempre uguale e si dovrebbe rendere evidente, denunciare, contrastare, invece di spendere soldi su soldi per costruire una Fortezza Europa sempre più chiusa ed inespugnabile...

Se volete saperne di più sulla strage di clandestini che continua a consumarsi nel Mediterraneo (cioè a poca distanza da casa nostra) consultate questo blog:

http://fortresseurope.blogspot.com/

E per ribadire che il viaggio di Mamadou è davvero la normalità:

A sud di Lampedusa di Stefano Liberti

Bilal di Fabrizio Gatti

A sud di Lampedusa di Andrea Segre
http://fortresseurope.blogspot.com/2006/12/sud-di-lampedusa.html

Come un uomo sulla terra di Andrea Segre
http://www.youtube.com/watch?v=j1Z86oFrGLI&feature=related



Elisa Calabrò

venerdì 10 settembre 2010

Lily e Bert



Butterò questo mio
enorme cuore
tra le stelle un giorno
giuro che lo farò
e oltre l'azzurro della tenda
nell'azzurro io volerò
quando la donna cannone
d'oro e d'argento diventerà
senza passare per la stazione
l'ultimo treno prenderà
in faccia ai maligni
e ai superbi
il mio nome scintillerà
dalle porte della notte
il giorno si bloccherà
un applauso del pubblico pagante
lo sottolineerà
dalla bocca del cannone
una canzone esploderà
e con le mani amore
per le mani ti prenderà
e senza dire parole
nel mio cuore ti porterò
e non avrò paura
se non sarò bella come dici tu
e voleremo in cielo
in carne ed ossa
non torneremo più
e senza fame e senza sete
e senza ali e senza rete
voleremo via
così la donna cannone
quell'enorme mistero volò
tutta sola verso un cielo nero
nero s'incamminò
tutti chiusero gli occhi
l'attimo esatto in cui sparì
altri giurarono spergiurarono
che non erano mai stati li
e con le mani amore
per le mani ti prenderò
e senza dire parole
nel mio cuore ti porterò
e non avrò paura
se non sarò bella come vuoi tu
e voleremo in cielo
in carne ed ossa
non torneremo più
e senza fame e senza sete
e senza ali e senza rete
voleremo via

per sognare

venerdì 27 agosto 2010

Il vecchio e il mare

«L’uomo non è fatto per la sconfitta […] l’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto».
Sono le parole del vecchio Santiago che più di tutte racchiudono il significato profondo che permea le pagine de Il vecchio e il mare, opera fra le più note di E. Hemingway. Santiago è un vecchio pescatore cubano, molto povero. Dopo la morte della moglie nella vita ha un unico affetto, quello di Manolito un ragazzo che lo accompagna nelle sue uscite in mare. Trascorsi ottantadue giorni di pesca sfortunata però, i genitori del ragazzo gli impediscono di continuare ad andare in barca col vecchio, che l’ottantatreesimo giorno decide comunque di prendere il mare da solo. Si spinge al largo e un grosso Marlin finalmente abbocca all’esca. L’estenuante lotta durerà tre giorni interi e vedrà il trionfo di Santiago sul pesce. Il vecchio lo legherà alla barca, ma durante il rientro, attaccato dai pescecani, nonostante i suoi enormi sforzi, arrivato in porto, del pesce non sarà rimasto altro che la testa e la lisca. Grazie allo stile rigoroso che contraddistingue la sua scrittura, Hemingway riesce a rendere mitica l’esperienza individuale di un vecchio pescatore. L’epica lotta di un uomo solo con la Natura, diventa quella di ognuno di noi col mondo e con la vita. Santiago incarna l’emblema dell’uomo che allo stesso tempo è vinto ma vincitore perché, nonostante la sconfitta sia completa, ciò che dà senso alla lotta è lo sforzo che impieghiamo per affrontare il destino. Ed è proprio nella misura di questo sforzo che si delinea la vittoria nella disfatta. Grazie ad una scrittura limpida, chiara, priva di fronzoli, in tutto uguale alla lingua parlata e quotidiana, Hemingway accompagna il lettore alla scoperta di una Natura magnifica, ma reale, con cui il protagonista stringe un intimo legame e della quale ognuno di noi sente di far parte. È nella luce del sole abbagliante, nel colore di un oceano cristallino, nella sensazione del sale che brucia sulla pelle che si legge quel rapporto inscindibile che lega l’uomo e la Natura e quell’estenuante, ma vitale, lotta per la vita. È nella forza d’animo con cui il vecchio pescatore intraprende la sua avventura, nella determinazione e nel coraggio con cui la porta a termine che il lettore trova lo spunto per una riflessione attenta e acuta sul senso dell’esistenza. «Vai e rischia quel che devi rischiare come qualsiasi uomo o uccello o pesce». È nella consapevolezza di poter dire di aver sempre tentato che l’uomo supera i limiti della finitezza che lo contraddistingue e trova significato all’esistere.



Maria Maio

da tenere sul comodino

venerdì 13 agosto 2010

Percorsi letterari


Ogni mattina entra nella mia stanza in punta di piedi l'affittacamere, sento i suoi passi. E la stanza è talmente lunga, che si potrebbe e converrebbe andare in bicicletta dalla porta al mio letto. L'affittacamere si china su di me, si gira, fa un segno a qualcuno sulla porta e dice:
"Il signor Kafka è qui."
E punta tre volte il dito nell'aria e poi di nuovo se ne va pian piano verso la porta, dove la padrona di casa gli passa forse un vassoio di latta con un cornetto e una tazza di caffellatte, e l'affittacamenre me lo porge, e, poiché gli tremano le mani, la tazza balbetta sul vassoio. A volte, dopo un simile risveglio, penso che cosa accadrebbe se l'affittacamere, svegliandomi, dichiarasse che non ci sono.

(Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare Bohumil Hrabal)


Ci sono perché mi percepisco o perché mi percepiscono altri?
Ritrarre è la pratica che ci permette di rappresentare la realtà e di essere conosciuti nella realtà.
Attraverso un percorso di lettura vogliamo proporre l'articolazione del ritratto letterario.
Dieci sono i titoli che abbiamo selezionato.

Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde
Cime tempestose, Emily Brontë
Le onde, Virginia Woolf
Madame Bovary, Gustave Flaubert
Creatura di sabbia, Tahar Ben Jelloun
L'arte della gioia, Goliarda Sapienza
La metamorfosi, Franz Kafka
Autobiografia di una rivoluzionaria, Angela Davis
Europeana, Patrick Ourednik
Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Bohumil Hrabal

Stiamo preparando delle personalissime schede di lettura su questi titoli, chi volesse farsi i fatti nostri se li faccia comodamente!!!

capperi.redazione@gmail.com

Chimicherie

Una ossidazione è una reazione in cui un atomo (o uno ione) perde elettroni, cioè acquista cariche positive.
Una riduzione è il processo inverso, cioè è una reazione in cui un atomo (o uno ione) acquista uno o più elettroni.

In una reazione in cui una sostanza si ossida, vi deve essere una sostanza che si riduce: quindi ogni reazione di ossidazione avviene contemporaneamente a una reazione di riduzione, e la reazione complessiva si chiama reazione di ossido-riduzione.

Così sorgono le nostre chimicherie

Come una musica in sovrimpressione su... Un solitario amore


egli non ama certamente il grigio
focolare dell’orma e la forma
caudata della ellisse, non ama
l’astrazione del selvaggio informe
ragionar casto e sicuro. e grido
e greve insaccamento del limo
dove dorme la gora, e l’animo
fioco del tumulto, e la nazione.
ma per sua naturale inazione
e diacona effigie di maestro
accoglie a sé con amorosa laude
l’arte del fabbro e il pentimento vero
del segno inaccessibile e il canto
gioioso dell’ape pronuba.


(Appendice: Ore) da Cuore (cieli celesti)




Voi sognerete l’ombra

Non rigorosa morte io vi cedo,
non vetro che v’abbagli dietro un muro
silenzioso, vaglio quel peso e credo
d’offrire all’ozioso il bisogno, curo
altrimenti di donare al muto,
che sempre muto s’affannò per dire,
verità d’intesserne la trama e quei
molteplici sogni e quei disegni,
ghirigori che possono azzittirvi,
non dirvi, e farvi credere, imporvi
l’inutile sapienza che possiate
risolvere in un soffio, cima lata
di foglia del cui credito dunque vi
sia puro il limite soltanto, l’arsi,
non dove s’apre diletto di clausura.


(Lettere musive) da Cuore (cieli celesti)

Beppe Salvia

Un solitario amore


Con un magnifico capogiro rinnovo la lettura dei versi di Beppe Salvia;
è una decisione vinta in partenza: me ne re-innamorerò.
Sarà ‘ché con la sua “otto volante” poesia riprendo una sorta di equilibrio con il mondo delle cose, quello che dai sentimenti e dalle sensazioni adunchi si rifà i lineamenti chiari e più “adatti” a leggerle, come soffondendosi per conviverci, con nuova forza linfa parola d’accenti accesa, nuovamente accessibile a quel fiuto che sopravvive a ogni dimenticanza, come un filo sul vetro.
Sarà perché le liriche di Salvia partendo dall’otto coricato, tracciano e traggono una serie di corrispondenze tra echi leopardiani, non indietreggiando né varcando, solo oltrepassando, quel certo pessimista, romantico, nostro poeta innato, e pure dalle spalle innevate mi viene da dire; e i gloriosi “ottanta” nostri diretti parenti in fatto di risveglio delle coscienze artistiche post-rivoluzione e pre-computerizzazione.
Rileggo il libro che raccoglie l’opera di Beppe Salvia, intitolato “un solitario amore”, probabilmente da un suo verso, lo riapro oggi che piove, nel ricordo di ieri che era primavera, e ritrovo ogni climax e ogni sintomo di una stagione senza fine, compresa ogni fine e inizio di stagione, di cambio e scambio di prospettiva di clima, luce del sole, sguardo in proiezione a dove tramonterà, e pure io a seguito suo, ho una sensazione di poter tramontare e tramutare, tra quei fogli segna-posto, segna-verso, segna-sogni, dei quali disimbottisco il libro per ripartire da zero, e leggere, con il trasporto e la curiosità di ricominciare daccapo, da capo a coda, e imparare sempre qualcosa di nuovo, come quando, paragone a me caro, ma proprio per affezione più che per riferimento, riascolto i dischi di Nick Drake, e vi trovo sempre una inflessione nuova di canto e accorgimenti di una certa perfezione musicale, soul, folk, naturale come il cangiante verde di un bosco, tutti quei verdi indicibili, impossibili a mio avviso da ritrattare nella tavola dei colori, tutti quei versi impossibili da citare se non regalandovi il suo libro con l’opera omnia e poterne parlare, sempre con il limite di non doverli necessariamente leggere ad alta voce.
Il poeta ha una pena a due ottavi. Quella vera, umana, e un’altra, neppure indotta o dichiarata all’anagrafe dopo il secondo nome, o sullo stato di famiglia riconosciuta come prole o continuazione del proprio nome, dicevo che l’altra, la pena continua/contigua, la cura meticolosa, è quella delle parole, che non sono quelle da scrivere, ma quelle da raccolta del quotidiano esistere, quelle che talvolta stridono mentre tutto fila liscio come il quotidiano, e quelle che si appiattiscono mentre il mondo magari va in fiamme, e non sono proprio secchi d’acqua o mezzi da pompiere, piuttosto fiammiferi per fiammelle ulteriori.



Giampaolo De Pietro


M'innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch'io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

da Cuore, cieli celesti

domenica 8 agosto 2010

Origine ed epilogo della filosofia



Quando lo storico della filosofia giunge al termine, in quel breve tratto di penombra che è il contemporaneo e che gli permette di prendere fiato nell’illusione che tutto ciò che si doveva dire è stato detto, allora comincia il discorso sul già detto, la filosofia della filosofia.
Il filosofare è un lungo ragionamento complicato, una «serie dialettica» ininterrotta in cui il pensiero che vi gioca è principalmente, e per fortuna, un pensiero sintetico in cui i concetti precedenti vengono ampliati dai successivi e sopravvivono grazie ai conseguenti. Quando ciascuno di noi, per un qualsiasi motivo, interromperà la serie, qualcun altro la riprenderà, dato che è impossibile che essa cessi, quasi come quelle mitologie che affidano la sopravvivenza dell’essere al perpetuarsi di una ininterrotta favola.
Giunti alla fine della filosofia, la prima cosa che possiamo fare è guardarci attorno per osservare e constatare che il mondo del pensiero è un mondo molteplice governato dall’errore, dove anzi l’errore pian piano si mostra per quello che davvero è, ossia strumento metodologico per scovare la verità e bagaglio esperienziale imprescindibile.
Grazie all’abbaglio le filosofie si sono succedute, nell’impressione solo superficiale che le nuove fossero altra cosa rispetto alle vecchie, mentre non sono che differenti, ma sempre quelle.
L’errore è insito nel soggetto che cerca la verità, perché se non vuole cadere nello stesso sbaglio, dovrà portarlo con sé come monito, come sussurro costante. Così errore e verità stanno insieme nelle orecchie del filosofo, e forse potrebbero essere la stessa cosa osservata da diversi punti di vista. E torna il viandante, lo scopritore di verità, colui che insidia la realtà volendola denudare e costui cammina lungo un percorso che dietro le sue gambe si arrotola sulle spalle, come un sacco: perché il filosofo si eternizza nella cerca, osservando il passato e il futuro dalla sottile linea del presente, l’attimo che consente al passato d’essere stato e al futuro di non essere ancora; perché eternizzarsi significa smettere di correre dietro al tempo, fare che il tempo circoli intorno a noi e ci scivoli tra le gambe.
Alla fine della filosofia ci si accorge, allora, che non esistono le filosofie, ma un unico pensiero ininterrotto e un unico filosofo, fin da quei fisiologi ionici che dovettero negare il divino per dar vita al pensiero indagatore (e qui l’origine). E, dopo di essi Parmenide ed Eraclito e il primo, l’autore ne è certo, intitolò la propria opera non Perí Physeos, ma Aletheia, verità, perché è con la verità che il filosofo gioca a rincorrersi.
Con una scrittura tanto chiara quanto dalla perentorietà del mistico, José Ortega y Gasset ci conduce svolazzando attraverso un pensiero denso di significato e ricco di risvolti e sfaccettature, alla scoperta del vero nome del filosofo e della filosofia e del perché il termine “filosofia” sia nato come maschera per difendersi dall’odio del popolo, il tutto immerso in una teoria della conoscenza non priva di fascino.
Pure se non tutto ciò che afferma in questo scritto è da ritenersi condivisibile, l’utilità di Origine ed Epilogo della filosofia (e altri scritti) risiede nei continui rimandi, negli spunti riflessivi e nella piacevolezza di leggere un testo di filosofia (un trattato!) privo delle coltri di verbosità dietro cui tutti, prima o poi, soliamo nasconderci... (come adesso).



Alessandro Motta

mercoledì 21 luglio 2010

Creatura di sabbia


Sono donna ed eterosessuale per un fattore meramente genetico o anche perché il contesto socio-culturale in cui ho vissuto fin ora mi ha influenzata? E in che misura?

Amhed nasce dall’ottavo parto di una madre sfiduciata e stanca dopo la nascita di sette figlie femmine e per l’incontenibile necessità di un padre di avere un degno erede da mostrare ai familiari e alla società tutta, un erede cui affidare le redini della famiglia e che salvi il patrimonio dall’interesse degli zii.

Amhed diventa il prediletto del padre, è riverito dalla madre e posto in un gradino superiore rispetto alle sorelle maggiori.

Amhed va a scuola, impara il corano, frequenta insieme al padre i luoghi di ritrovo destinati, nella società marocchina dell’epoca, esclusivamente agli uomini.

Amhed lavora con il padre e con grande astuzia e capacità diventa un commerciante abile e potente.

Amhed è solo.

Amhed non è un uomo.

Amhed impara a convivere con la stretta fasciatura che gli stringe il petto per impedire che si sviluppi.

Amhed non comprende bene cosa sia quel sangue che a volte gli cola lungo le cosce.

Amhed odia le donne che lo circondano e capisce di non poter rinunciare al privilegio di essere uomo in una società in cui la donna non ha alcun potere.

Ma Amhed non è un uomo.

Tahar Ben Jelloun costruisce il romanzo con un intreccio narrativo complicato che in parte dà voce direttamente ai protagonisti della storia e in parte affida il racconto a narratori estranei alla vicenda che si avvicendano e si rubano la scena in un passaggio da romanzo a racconto orale a testimonianza diretta a storia leggendaria.
Sembra quasi che il passo ultimo sia quello di cedere il testimone direttamente al lettore che può raccontare la propria versione della storia.

Ha ragione l’autore a dire che le parole sono pericolose, è difficile a volte renderle comprensibili, è difficile a volte comprenderle. In Creatura di sabbia si è scelta una trama narrativa assai complicata come base per un esercizio di scrittura ancora più complicato. Il risultato è bellissimo e accattivante.

E ti fa riflettere contemporaneamente su due piani, quello letterario: chi è il narratore, chi è il personaggio, chi è l'autore? In alcuni passi della lettura è legittimo il dubbio...

E sull’altro piano, quello sociale, culturale, di genere: chi è l’uomo, chi è la donna, quanto sono rigidi i ruoli nella nostra società, quanto è cambiato rispetto al passato, quanto è doloroso ammettere la propria identità sessuale e confrontarsi con gli altri?

Beh, non so se anche ad altr@ questo libro abbia suscitato tanti interrogativi, a me di certo ha fatto pensare, e molto...




Non è forse arroganza scrivere?
E allora questa arroganza io la pratico,
ben consapevole dei suoi rischi. Quali rischi?
Volere attraversare la vita con un’orda di parole.
E le parole sono pericolose.


Elisa Calabrò

sul genere

lunedì 19 luglio 2010

A che serve l'Ossido di ferro?





Lo usavano per le pitture rupestri.
Lo usano nei toner di stampanti e fotocopiatrici.

Lo usiamo per dare forza e risalto alla carta stampata,
o almeno,
ci proviamo...

sabato 17 luglio 2010

del genere - tentativo primo

L’imbarazzo che provo nel momento in cui mi approccio alla questione del genere, delle sue identità e delle sue differenze, credo sia da attribuire al fatto che quando si parla di genere si commette, pur non volendo, un errore.
Non è errato dire che esistano le femmine e i maschi; è poco corretto dire che la differenza di genere sia essenziale per definire una più ampia differenza tra corpi. Un maschio e una femmina differiscono solo per avere una biologia cromosomica differente? O, forse, sono i corpi a differire tra loro in base al pensiero che abbracciano?
Se gettiamo uno sguardo alle nostre spalle ci accorgiamo che la Storia ci ha inculcato degli stereotipi in merito al maschio perfetto e alla perfetta femmina: un maschio deve essere aggressivo, virile, forte, capobranco, mentre la femmina è l’angelo del focolare, è colei che accudisce i figli e fa economia domestica.
Questi elementi di comportamento sociale non sono altro che ruderi stantii di ruoli sorpassati.
Il genere femminile e quello maschile si differenziano, socialmente, per il ruolo che i rispettivi corpi sono chiamati a ricoprire all’interno della società: ogni femmina ha un’etichetta ben visibile che dice come ci si deve comportare e come la società si aspetta che la portatrice di quella etichetta si debba comportare e così vale anche per il maschio.
Ciò accade solo perché la nostra società a pensiero unico è portata naturalmente alla semplificazione: se davvero si osservasse con più attenzione la differenza nel genere più che quella di genere, se si ponesse mente alle più o meno leggere sfumature che connotano il genere singolare, allora si giungerebbe a una tale esplosione del genere per cui ogni discorso in merito risulterebbe incompleto e, quindi, sostanzialmente inutile. Anche questo è, quindi, un discorso inutile, poiché non sono in grado definitivamente di affermare cosa davvero differenzi i generi tra loro se non la multidimensionalità del corpo. Ed è forse da qui che si dovrebbe ri-partire dopo che i pensieri delle donne hanno assicurato un approdo sicuro al percorso di individuazione delle peculiarità. Tuttavia l’approdo, seppur sicuro, non è più sufficiente, in quanto le barche ormeggiate a quel molo sono diventate troppe.
Genere femminile, genere maschile, trans-genderismo, trans-sessualismo, omo e etero e bisessualità sono elementi che, combinati tra loro, danno vita ad una produzione identificativa così ampia per cui dire che un maschio è maschio e dire che una femmina è femmina significa non dire niente.
Come dovremmo rapportarci ai generi, dunque? La risposta è, ancora una volta, che non è ai generi che si deve rendere conto, ma ai corpi. Ogni corpo rappresenta un mondo a sé stante tale per cui ogni affermazione di identità diventa affermazione di singolarità, in cui l’unica comunità davvero coesa è quella dei corpi, mentre le altre si frantumano nelle varie definizioni identitarie e quindi di somiglianza o, peggio!, di identità. Seguendo questo declivio si potrebbe giungere al paradosso che due maschi sono identici come sono identiche due femmine e torneremmo a definire il prototipo del maschio e della femmina universali ai quali tutti dobbiamo conformarci senza possibilità di confronto. C’è molto altro dietro un organo sessuale o dietro una coppia di cromosomi: c’è il pensiero che oltrepassa le barriere ormonali e persino quelle storicizzate, che compie il salto delle mura concettuali che l’idea dominante (che è quella del patriarca) ha eretto tutto intorno a noi. E il pensiero, seppur prodotto da un corpo sessuato, combatte strenuamente contro i legacci con cui quel sesso è stato imbrigliato, fino al punto in cui può dirsi autentico e, finalmente, oltre le determinazioni generiche.


Alessandro Motta

giovedì 8 luglio 2010

Barcellona Opg

Io sono depresso, sono alcolista, da un mese ho finito di scontare la mia pena, però sono ancora qua, aspetto che il mio avvocato riesca a trovare un modo per farmi tornare a Favara, ma intanto devo stare qua. C’è un posto bellissimo vicino casa mia dove si mangia pesce spettacolare, non come i bastoncini che ci danno qua (tutto fritto, c’abbiamo tutti il colesterolo, ma quelli ci dicono che sono al forno, che ce li dobbiamo mangiare per forza). Quando ti capita di andare a Porto Empedocle gli devi dire che ti manda Turuzzu u’mbriacuni, tutti mi conoscono, io sono geometra, lavoravo al catasto, e se vai da questo mio amico qua, lui ti fa mangiare le cose più buone che ha, glielo dici che sei amica mia e lui ti farà un trattamento di favore, ti scrivo l’indirizzo [io non ho la penna, ho dovuto lasciare la mia borsa, compresa carta, penna e macchina fotografica nell’armadietto all’ingresso] ma la penna non ce l’ho, non ce la fanno tenere, aspe che gliela chiedo alla guardia [la guardia con la penna nel taschino passa dopo cinque secondi], agente, me la presta la penna che gli devo scrivere un indirizzo a questa amica mia? [l’agente risponde che penna non ne ha], vabbè te lo ricordi a memoria. Io tante cose mi devo per forza ricordare a memoria e me le ripasso ogni giorno così non me le scordo. Mi bravo è stu caruso che sona, ma di dov’è? Di barcellona è? Ah, di Castelmola? Io una volta sono andato ad un centro estivo a Catania, c’erano tante animatrici brave, pure gli psichiatri erano bravi là, una struttura bellissima, ci facevano fare un sacco di cose, qua le vedi queste luci colorate, le dovrebbero accendere per le feste, io mai le ho viste accese, o forse non me lo ricordo. Qua fuori c’è caldo, caldissimo, ma meglio che stare nella stanza, otto siamo, e non ti cuntu comu stamu, c’è chi non si lava, chi sta male e non si alza dal letto, tanti siamo e d’estate che vuoi, si suda e c’è puzza. Qua resti? Che vado a vedere se recupero le sigarette per stasera, io sono alcolista, e quindi fumo molto per tamponare. Qua ti trovo?

[tutti spinti al di là della linea bianca per godere di due ore esatte di diversivo]

La musica ci vuole, guarda come applaudono soddisfatti, basta poco per distrarli, ma bisogna sempre stare attenti, basta poco e la situazione può degenerare, li vedi là, li vedi guai ad uscire un pacco di sigarette che te li ritrovi tutti ‘mpicciati i supra. Quello grida sempre, dice che qua sta male, che vede i fantasmi, che gli hanno fatto la magia nera, nel suo paese là in Africa si usano queste cose, ma ora che grida niente fa, non vi preoccupate, dice w la polizia penitenziaria, ma ora aspetta che una strattonata gliela vado a dare che mi pare che si sta esaltando troppo e poi stasera...

[alle otto in punto cominciano a rimandarli nei reparti, sulle nostre autorizzazioni non c’era scritto l’orario di uscita, ovvio, perché l’orario d’uscita lo decidono loro, senza alcun tipo di proroga]

Ora me ne devo tornare nella stanza, ma voi venite di nuovo, vero? Che qua niente facciamo, ora poi che è estate solo caldo c’è qua, io mai ti avevo vista, sei nuova sei? Sei della parrocchia? Ahaaa di un’altra parrocchia tu sei? M’è piaciuto sto concertino, ma lo vedi a quello che balla Celentano?!!! Pacciu è! Ma d’altronde, all’Opg semu, chi ti spittavi? Ma st’adesivi con il fantasma chi su? Per la paura? Ah, contro la paura? E niautri oramai di chi avemu aviri scantu, puru u scantu ni passoi.

Elisa Calabrò

lunedì 5 luglio 2010

Ritratti

L’uomo è un continuo viandante lungo strada della realtà; il suo viaggio non è destinato a terminare, se non in rare eccezioni, perché la sua meta è il vero e l’unica certezza di verità di cui deve accontentarsi è un atto di fede.
Egli per natura indaga il reale, fin da quando, bambino, chiedeva insistentemente Perché? e due sono gli strumenti di indagine che possiede: i sensi e l’intelletto. Gli uni ci offrono il dipanarsi della realtà fenomenica, l’altro ci aiuta a trovare le relazioni tra le cose.

Di tanto in tanto qualche viandante devia dal suo percorso di ricerca per fermarsi in qualche borgo e chiacchierare con la gente che incontra di quello che ha potuto vedere, del vero, del verosimile, della realtà ingannevole delle cose. E racconta, a modo suo, cosa ha visto, cosa ha percepito.

Qualcuno del borgo non lo capirà, qualcun altro non lo starà neppure a sentire, alcuni intenderanno a modo loro e per quanto egli possa sforzarsi di essere chiaro e preciso e descrittivo nessuno avrà la sua identica idea.

È come se egli avesse affondato le mani nel flusso del vero e ne avesse tratto ripetutamente brandelli colanti, cercando di tinteggiare con quello che gli restava ciò che aveva visto. Il viandante, così, ritratterà la verità per i suoi uditori e loro, a loro volta, lo faranno per se stessi.

Ritrarre significa molte cose più o meno pertinenti con il nostro senso comune. Poi significa altre cose che pochi si sognerebbero di accostare a un quadro o una descrizione letteraria di qualcuno.
Nel ritratto, un dipinto da qualcuno di qualcuno, accade la sovrapposizione di almeno quattro realtà: ciò che sostanzia il reale (si direbbe "il vero"), la realtà percepita, il dipinto, l'occhio di chi osserva il dipinto. La stessa cosa accade per un testo letterario.

Il ritratto è, perciò, la versione meno veritiera della realtà così com'è, ma forse è la più veritiera della realtà così come il soggetto la costruisce: vi imprime talmente a fondo la propria azione modificatrice e interpretativa che è impossibile pensare di trovarsi di fronte a una grande mistificazione.

Del resto noi non viviamo nella realtà in-visibile, ma solo in quella che ci viene data dai sensi.

Il termine ritrarre conforta quanto detto, dato che il concetto che porta con sé è un trarre di nuovo, trattare nuovamente, tornare sulla cosa con la penna della propria sensibilità che annulla la distanza tra la cosa osservata e l'osservatore fino al punto in cui chi descrive, chi ritrae, ha già posseduto la percezione sensibile dell'oggetto e adesso ne ri-costruisce il senso. Il senso, per alcuni linguisti, è il modo in cui un concetto si offre con le parole.

Quando si giunge alla identificazione del vero, al disvelamento, alle volte chi lo fa decide di ritrattare, abiurare le sue posizioni, e costruisce una complessa ritrattazione. Avendo visto l'aletheia, la copre nuovamente, la rivela, e la rivela ritraendola (cioè, la ricopre ritrattandola). Perché la nudità della verità è una visione insopportabile. Il ritratto è, così, figlio della ritrattazione operata dall'uomo di fronte al tribunale della realtà.

L’indagatore del reale, giunto alla verità o a una sua approssimazione, si ritrae scandalizzato sia perché non riesce a sopportare la terribile dicotomia tra il vero e il reale sia perché non ha strumenti per poterci raccontare ciò che ha visto in maniera differente e maggiormente autentica di come, poi, non faccia.

Di fronte alla paura di una verità indicibile, il ritratto diviene l’esaltazione dei limiti cognitivi del soggetto, esaltazione tragica di quella tragicità di chi contempla la propria debolezza intrinseca e la accetta dignitosamente.


Alessandro Motta

venerdì 25 giugno 2010

Divertimento


Si dice sempre che chi va in libreria e si mette a sfogliare libri, alla fine, quello che compra, lo sceglie perché colpito dalla quarta di copertina o dalla lettura dell’incipit.
A me non sarebbe bastato neanche leggere tutto il primo paragrafo di questo libro per convincermi a comprarlo. Ma per fortuna sono stata costretta a leggerlo, per vari motivi e poi perché, sì insomma, prima o poi devi pur leggere qualcosa di Cortázar.
Dico per fortuna perché poi, se riesci ad andare oltre le prime pagine, ti fai coinvolgere dall’evolversi delle vicende e finisci per ritrovarti improvvisamente catapultato in mezzo ai barrios di Buenos Aires, che ti affascinano talmente tanto da sperare che quella passeggiata per le strade argentine duri il più a lungo possibile.
Certo, non sempre è facile seguire il filo logico di tutto quello che succede all’interno di questo romanzo, e infatti la matassa aggrovigliata da districare è una delle immagini fondamentali del libro, ma il nodo centrale della storia rimane pur sempre affascinante. Affascinante ma enigmatico. E a tratti inquietante.
I protagonisti sembrano affrontare la vita come fosse un passatempo – e il titolo del romanzo si presta anche all’interpretazione in senso musicale del termine “divertimento”, inteso come composizione di carattere leggero –; le vicende di questo gruppo di artisti, pittori, scrittori, poeti e sensitivi si svolge quasi in una dimensione parallela, snobisticamente rinchiusa all’interno del “Vivi come puoi”, un atelier dove i protagonisti si incontrano regolarmente per ascoltare musica, dipingere, dedicarsi a diversi esercizi di stile, componendo sonetti o declamando poesie automatiche, e addentrarsi in conversazioni letterarie arricchite da citazioni colte. Ma non mancherà neanche una seduta spiritica, volta a sottolineare la dimensione oscura dell’opera, la parte surrealista, che si mescola alla realtà senza creare contrasto: reale e fantastico coesistono, differenti universi paralleli riescono a comunicare grazie a dei ponti di passaggio. La dimensione onirica e irreale è lo specchio dell’angoscia della condizione umana ed esprime con ironia l’incapacità dell’uomo di trovare un senso alla propria esistenza.
E quando si scopre che il quadro surrealista, dipinto da Renato a seguito di un sogno o di una premonizione sul futuro, rappresenta una casa che esiste davvero, i personaggi sono quasi costretti ad affrontare il mondo esterno per trovare un collegamento tra i due livelli di realtà.
Il vortice degli eventi si srotola, allora, per le vie e i quartieri di Buenos Aires, facendo immergere il lettore in un’atmosfera tutta argentina, fatta di caffè storici, mate, siesta e altre particolarità tipiche della capitale, mentre due personaggi vanno alla ricerca della casa del quadro.
Il romanzo è talmente impregnato di cultura argentina che giunge al lettore italiano come un libro dichiaratamente nato e ambientato all’estero, un libro dichiaratamente tradotto, ma un libro che arricchisce, avvicinando il lettore alla lingua e alla cultura di partenza.
Del resto era impensabile censurare o appiattire quei tratti dell’identità argentina offerti dallo scrittore. Sebbene, infatti, fosse quasi impossibile riuscire a mantenerli tutti (in quanto, per esempio, in italiano i personaggi non avrebbero mai potuto interloquire utilizzando il vos, come fanno gli argentini), bisognava cercare di non fare troppe rinunce.
Tornando, quindi, alla perlustrazione della città: il ritrovamento della casa del quadro pare indirizzare la storia verso uno scioglimento dell’intreccio e lascia sperare in una conclusione chiarificatrice, ma il finale a sorpresa tornerà a scombinare gli schemi e a rigettare il gruppo dei protagonisti in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, con il tipico sarcasmo attraverso cui l’autore dipinge la precarietà della condizione umana.
Cortázar, infatti, si sarà sicuramente “divertito” a scrivere questo romanzo, e lo stesso abuso di citazioni letterarie e riferimenti storici, artistici e culturali non va considerato come espressione di snobismo intellettuale o mero sfoggio di cultura. Molti di questi elementi, che si inseriscono nel romanzo come tanti pezzi di un puzzle, sono, infatti, volutamente oscuri, di difficile comprensione anche per il lettore argentino che legge in lingua originale: un garbuglio di poesie automatiche improvvisate, giochi di parole, frasi in lingue straniere, termini poco usuali (come “salmodiammo” e “malmostosa”), versi, brani di canzoni, titoli di film o di opere letterarie, riferimenti a personaggi storici, a opere d’arte o a luoghi famosi accompagna il lettore, a volte confondendolo, dalla prima all’ultima pagina; e questo gioco continua anche a livello grafico, quando le frasi vengono disposte per esempio a scala. Tutto ciò perché l’autore ritiene, così facendo, di arricchire il lettore, in quanto è convinto che ogni evento e ogni esperienza di vita di un uomo influisca sulla sua visione del mondo.
E si può di certo convenire che, portata a termine la lettura, si percepisce di aver acquisito molto.


Renata Lo Iacono

lunedì 14 giugno 2010

Europeana


«Gli americani che nel 1944 sbarcarono in Normandia erano dei ragazzoni ben piantati che misuravano in media m 1,73 e se li si fosse potuti sistemare uno con le piante dei piedi contro il cranio dell’altro avrebbero misurato 38 chilometri. I tedeschi erano anche loro dei ragazzoni ben piantati ma lo erano soprattutto i tiratori senegalesi della Prima Guerra Mondiale che misuravano m 1,76 e venivano mandati in prima linea perché i tedeschi venissero presi dal panico.»

Così comincia Europeana, una storia del ventesimo secolo che apparentemente non segue nessun criterio logico nella narrazione. I fatti, gli eventi, le guerre, le scoperte, sono raccontati uno dopo l’altro senza soluzione di continuità. Come snocciolando un rosario di storie. Le virgole? Non esistono. Il criterio cronologico? A che serve!!

Tutto quello che è successo in (più o meno) cento anni viene raccontato per giustapposizione, se si parla di lingue come l’esperanto se ne parlerà considerandone l’impatto nei decenni e nei vari paesi e così per tutti gli argomenti trattati che sono veramente molti e aiutano a costruire un immaginario collettivo forse un po’ strampalato ma sicuramente ricchissimo.

Per non perdersi in questo flusso senza sosta per il respiro lungo il testo corrono dei titoletti che fanno un po’ da segnalibro: ma sono titoletti strampalati anche loro: «I soldati cantavano», «Anche questa era un’innovazione», «Mokri herokhora»...

Insomma se avete voglia di leggere la storia del novecento senza imbattervi in una noiosa sfilza di date e nozioni, se volete sorridere sulle tragedie della guerra, dello sterminio nazista e della dittatura comunista. Se volete saperne di più sull’invenzione del reggiseno e della fecondazione in vitro, questo librino è quello che fa per voi!

Sarete costretti a leggerlo tutto d’un fiato e «se vi parte il trip» avrete spesso sotto mano l’enciclopedia per andare a verificare i fatti che sono accennati in questa breve storia.

Al di là dell’ironia e dell’umorismo un po’ amaro, c’è una forte critica politica fatta ai due regimi più vicini all’autore (in senso storico e geografico) il nazismo tedesco ed il totalitarismo sovietico.

Essere cechi ha significato stare nel mezzo, subire sia la prepotenza tedesca durante gli anni del nazismo che la durezza sovietica, dunque non è per par condicio che l’autore ci parla delle schifezze commesse dai due paesi.

«E nel 1989 un politologo americano inventò la teoria della fine della storia secondo la quale la storia era giunta alla fine [...] Ma molti non conoscevano questa teoria e continuavano a fare storia come se niente fosse.»



Elisa Calabrò

in locomotiva