giovedì 14 marzo 2013

Esercizi di stile


Martedì 12 marzo alle ore 18,00 ci siamo ritrovate e ritrovati a La Feltrinelli di Catania per un altro appuntamento del nostro Tè Letterario. In quell'occasione abbiamo parlato di Esercizi di stile  di Raymond Queneau. Parlare di un libro del genere significa riuscire a parlare dello spirito che sottende alle trasformazioni da equilibrista che l'autore è riuscito ad applicare a un breve raccontino descrittivo alquanto banale nella sua forma di "Notazione", come teso zero a cui imprimere le spinte evolutive della creatività del linguaggio.



mercoledì 13 febbraio 2013

Icaro

Di ali per il volo donne e uomini sono purtroppo sprovvisti, dato che il nostro regno è fatto di gravità. Fin dalla fanciullezza della nostra civiltà - o dalla sua già vecchiezza, per alcuni - il pensiero del Patriarca ci ha voluto inculcare il senso dell'impossibile, la paura per l'arditezza, la censura dell'osare. Il mito di Icaro ha rappresentato lo strumento arcaico per opporre l'ammonimento a non tentare di cambiare lo stato delle cose: dal labirinto preordinato non si può fuggire se non attraverso le sue stesse regole, trovandone l'uscita predeterminata, sempre che ci sia. Non ci è dato rivoluzionare il punto di vista, secondo il quale i piedi stanno sul suolo, ben piantati lì dalla massa del corpo educato al peso. Chi abbia provato a cercare [creare] una via alternativa, un moto differente e altro è finito per restare sconfitto; le ali di Icaro - hýbris contro l'ordine preordinato delle cose - si sono disciolte, troppo vicine al sole [la luce della ragione, della conoscenza, della riuscita]: per questo motivo ci siamo abituati a considerarlo un eroe negativo, un simbolo al contrario, un esempio folle da non seguire, per starcene buoni al posto che ci è stato assegnato.
Facciamo un gran torto al nostro eroe alato se lo biasimiamo per averci provato, per aver tentato di sollevarsi, elevarsi al di sopra delle sue possibilità [o delle possibilità che il mondo, il padre, gli dei gli avevano detto di avere] perché aveva constatato che le mura di quel labirinto avrebbero impedito l'espandersi dei differenti modi di essere al mondo che egli stesso rappresentava.
Un gran torto lo facciamo pure a noi nel considerarlo un eroe fallito, uno stolto arrogante e superbo, un giovane sconsiderato, perché tutti e tutte siamo Icaro in potenza; ciascuno di noi possiede gli strumenti per costruire le proprie ali, di piume, di carta, di ferro, di rametti o di ogni altro materiale adatto a farci spiccare il volo. Non è, in fondo, la materia ciò che qui conta; conta il desiderio.


Ossidi

venerdì 25 gennaio 2013

Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

Tre uomini – J., George, Harris – e un cane – Montmorency – discutono (il cane un po' meno, discute, ma obietta assai) su come porre rimedio alla gravosità del vivere quotidiano, alle noie, alle fatiche del lavoro, alle molte malattie che li affliggono. J., voce narrante, è quello con le malattie ipotizzate che si abbandona facilmente alla filosofia e alla visione letteraria del mondo. George è quello che dorme in banca dalle otto alle due, ogni giorno, per lavoro. Harris è il pratico, il rude bevitore di whisky scozzese che non si lascia irretire da nessun pensiero immateriale. Montmorency è un cane un po' carogna e anche un po' vile. 


giovedì 24 gennaio 2013

Quaderno Millimetrato


Sai, l'ultima parte del giorno, trascrivo. Ora ti so 
in piccola cornice. Era una compagnia 
disordinata il tuo sorriso, madre. Luogo minimo. 
Transitorio. Ho difficoltà di mani a trascinarti 
qui. Vive così poco l'erba a casa mia. I petali 
restano nel bicchiere, la direzione degli occhi, 
sui rovi cade. Qui ti vorrei, nome e indirizzo 
precisi, equivoci a scansare. Diventa la morte 
uno scompartimento d'addii. Una frolla 
abitudine senza vita. E del tuo dolore in scena. 
Sul divano, io. Te. Le spalle tagliate. Restando





Non sono un poeta né un poesologo e credo che la poesia possa essere di-spiegata soltanto dalla poesia, ché un sapore può essere compreso solo dal senso del gusto. Tuttavia, oggi – e forse solo adesso – vorrei cimentarmi in una lettura personale e non rispondente al vero del Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo; per il sentimento immediato di confidenza buona che mi ha suscitato l'autrice non appena incontrata, per la pacificazione che mi ha donato sentirla leggere le sue poesie, per averle lette a mia volta e averne tratto il senso del giorno dopo, quello che torna alla mente come il sentore di qualcosa che ha contato, lasciando un segno o un segnale. 

Il quaderno è millimetrato perché il nostro corpo che s'avanza nello spazio del tempo è così prezioso da necessitare esattezza, quella di ogni nostro rifugio che per essere tale deve essere assolutamente definito, delimitato, come le tasche per le mani che sanno dove cominciano, dove finiscono, fin quanto in fondo è consentito immergersi. 

Appare, immediata, la vita totale di una donna che vive da sola [o così a me è parso, come un discorso a uno], nella casa dei piccoli gesti quotidiani, la polpa del caffè, la colletta della nicotina, gli orecchini e qualche gioiello della madre, scorci da cui allo sguardo degli occhi rimbalza in eco il ricordo. E di ricordi – ricordi dell'ora, del prima e del prima adesso e qui – dove una donna si specchia e si riflette una bambina avvolta dalla grande vestaglia della madre – ché il freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo delle minute libertà. E i timori in sospensione nell'atmosfera lattiginosa di un'ora tarda o presta, purché sia l'immobile momento del giorno in cui tutti ancora dormono e lei sussurra e ti racconta senza fronzoli [ma circondata di qualche fronzolo tintinnante] cosa è quell'istante, cosa è il suo corpo adulto, contratto, sensuale di seta del fruscio così flebile che esiste immaginato. E il fastidio per un vicinato omologante e legislatore. E il dialogo franco col padre poeta di presepi e la madre dagli appunti come punture d'ago. E un amore sconfinato, che s'arresta un millimetro prima di finire.


F. Alessandro Motta