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venerdì 24 aprile 2015

#maceroNo2015

#maceroNo 15/17 Maggio 2015
via S. Elena, 40 CT

















Anche quest'anno Ossidi di Ferro e Catania Bene Comune [in collaborazione a Rocket from the kitchen e Arcigay Catania] realizzano a Catania #maceroNo, la campagna ideata l'anno scorso da DeriveApprodi, Eleuthera, Alegre e :duepunti [e che quest'anno si arricchisce dei contributi di iacobellieditore, Novalogos Edizioni, Atmoshpere libri e Ortica editrice, ma perde :duepunti] quale strumento di critica del mercato italiano dell'editoria
 che viaggia ormai ai ritmi accelerati del turbocapitalismo.
In questo contesto i pochi pesci grandi divorano quelli piccoli imponendo alle piccole e medie case editrici di tenere il loro passo nella continua pubblicazione di novità editoriali. Ciò comporta che le case editrici non riconducibili ai grossi gruppi editoriali si trovano loro malgrado a dover aggiornare continuamente i loro cataloghi con la speranza di risultare visibili nel mare magno delle grandi catene librarie.

Le grasse catene del fast book impongono una sopravvivenza del libro sullo scaffale di pochissimo tempo, per cui il folle ricambio determina l'impossibilità delle case editrici che pubblicano per il piacere di diffondere pensiero di continuare a produrre forsennatamente rimpiazzi di testi ritenuti obsoleti dall'estetica del mercato e che invece sono nuovi nella loro sostanza e nella loro forma. Tutti questi libri nati vecchi per maledizione di business vengono depositati nei magazzini/cimiteri editoriali che hanno costi di mantenimento sempre meno sopportabili.
Per molti editori non c’è altra soluzione che mandare al macero tutte le giacenze e consegnare centinaia di libri, frutto di migliaia di ore di lavoro, all’oblio.
#maceroNo nasce come moto di rivolta a tale sistema! È il tentativo di difendere gli spazi di cultura critica nel senso della produzione e nel senso della diffusione e della diffusibilità.

A un anno dalla prima edizione, il progetto ha registrato un enorme e inatteso successo di pubblico. Oltre 50 iniziative in quattro mesi, migliaia di libri movimentati, migliaia di lettori che hanno scoperto testi altrimenti introvabili. Tutto questo a un prezzo popolare.
A Catania il 15-16-17 Maggio in via S. Elena 40, troverete il presidio di #maceroNo dove poter partecipare attivamente ai tavoli di discussione, alle assemblee pubbliche, ai laboratori creativi, dove i più piccoli potranno costruire il loro caleidoscopio e partecipare a letture animate, dove si potrà ascoltare buona musica, mangiarebere bene, stare insieme, e comprare i libri a un prezzo popolare per salvarli dal macero.





martedì 14 aprile 2015

L'Estetometria: Il Corpo nel Rock

Salve, mi chiamo Enrico e nel tempo libero mi occupo di Estetometria musicale. La disciplina estetometrica è poco affermata in maniera indipendente (sebbene se ne faccia largo uso su tante riviste online) e se ancora non l’avete trovata sul vostro Devoto-Oli è perché è una parola che non rientra nel nostro vocabolario, ma che possiamo trovare in quello portoghese. L’ho tradotta per i non bilingue con Google Translate: “valutazione delle dimensioni del torace”. Lì mi sono accorto che l’Estetometria non esiste. È un neologismo di un folle con la mania per i voti di album e gruppi musicali.

martedì 3 febbraio 2015

Perché esplodere significa esistere

Nel silenzio più irreale come solo il silenzio vero può apparire, in un non_spazio e non_tempo, d’un non_tratto accadde qualcosa per cui, miliardi di anni dopo, io adesso scrivo, qui seduto di fronte a un computer la cui materia era già in quel non_momento lì, quello che chiamano big bang, il grande scoppio [che non è un famoso fruitore di droghe che con esse si è fuso il cervello].

Da quello scoppio cominciò la materia, lo spazio, cominciò a scorrere il tempo, la luce, lo spaurimento delle stelle, delle galassie, le grosse pietre come pianeti.

Ogni cosa ebbe fragorosamente [forse senza il minimo suono] inizio con e da un’esplosione come non se ne erano mai viste prima [letteralmente] e quasi certo come non se ne vedranno più dopo.

Per esistere bisogna esplodere, venir fuori d’un fiato o di un botto e così, come pitoni mitologici, ci siamo fermati, ci siamo induriti la pelle e, poi, bang!

becco sotto guscio

bollicine contro tappo

lacrima da dotto

vapore intermittente per coperchio

fuoco d'artificio

vagito da urlo


Qui si esplode, per non implodere.

F. Alessandro Motta




sabato 29 novembre 2014

ripartenza

Buondì a tutte e tutti! Stiamo raccogliendo #recensioni per definire il nuovo, sfavillante, numero di #Capperi!
Tema del numero: il corpo/la corporeità
Rubriche: Mald'estro (poesia), Profondamentepensare (filosofia), Specchio in frantumi ovvero frammenti riflessivi (politica), ever green (classico), di-a-da-in-con-su-per-tra-fra (libro di, a, da, ecc., es, libro per appassionati, libro da viaggio ecc.), sottosale (cinema).
Recensioni: libri degli anni 2000 che abbiano come tema quello del corpo.
Dunque, basta indugiare!  Scegliete la rubrica che più vi piace oppure prendete un libro che vi ha colpiti e che parli in qualche modo di corpo/corporeità e scrivete!
Inviate le vostre recensioni a capperi.redazione@gmail.com con oggetto "rivista capperi".

mercoledì 13 febbraio 2013

Icaro

Di ali per il volo donne e uomini sono purtroppo sprovvisti, dato che il nostro regno è fatto di gravità. Fin dalla fanciullezza della nostra civiltà - o dalla sua già vecchiezza, per alcuni - il pensiero del Patriarca ci ha voluto inculcare il senso dell'impossibile, la paura per l'arditezza, la censura dell'osare. Il mito di Icaro ha rappresentato lo strumento arcaico per opporre l'ammonimento a non tentare di cambiare lo stato delle cose: dal labirinto preordinato non si può fuggire se non attraverso le sue stesse regole, trovandone l'uscita predeterminata, sempre che ci sia. Non ci è dato rivoluzionare il punto di vista, secondo il quale i piedi stanno sul suolo, ben piantati lì dalla massa del corpo educato al peso. Chi abbia provato a cercare [creare] una via alternativa, un moto differente e altro è finito per restare sconfitto; le ali di Icaro - hýbris contro l'ordine preordinato delle cose - si sono disciolte, troppo vicine al sole [la luce della ragione, della conoscenza, della riuscita]: per questo motivo ci siamo abituati a considerarlo un eroe negativo, un simbolo al contrario, un esempio folle da non seguire, per starcene buoni al posto che ci è stato assegnato.
Facciamo un gran torto al nostro eroe alato se lo biasimiamo per averci provato, per aver tentato di sollevarsi, elevarsi al di sopra delle sue possibilità [o delle possibilità che il mondo, il padre, gli dei gli avevano detto di avere] perché aveva constatato che le mura di quel labirinto avrebbero impedito l'espandersi dei differenti modi di essere al mondo che egli stesso rappresentava.
Un gran torto lo facciamo pure a noi nel considerarlo un eroe fallito, uno stolto arrogante e superbo, un giovane sconsiderato, perché tutti e tutte siamo Icaro in potenza; ciascuno di noi possiede gli strumenti per costruire le proprie ali, di piume, di carta, di ferro, di rametti o di ogni altro materiale adatto a farci spiccare il volo. Non è, in fondo, la materia ciò che qui conta; conta il desiderio.


Ossidi

lunedì 13 febbraio 2012

Brucia la biblioteca universitaria di Atene


#15fgr, #Syntagma
ieri sera sono rimasta incollata al video di questo portatile
un'occhiata ai social network, un'occhiata ai giornali online (stranieri), un'occhiata alle dirette in streaming del voto dei parlamentari greci e il sottofondo audio di Skytg24 (giusto per farmi saltare i nervi...)
non capisco molto di economia e finanza, almeno di quella che parla di spread, default, misure di austerità e altre amenità del genere

martedì 31 gennaio 2012

Idealittà

È difficile che un qualunque pensatore a un certo punto della propria riflessione sull'umano non si imbatta nella costruzione mentale di una città ideale. Lo è, difficile, perché è altrettanto improbabile che un uomo o una donna si pensino al di fuori di un contesto urbano - o agricolo, insomma al di fuori di un contesto comunitario.
Più si pensa all'uomo (vi prego, mie adorate femministe, lasciatemi usare "uomo" come sinonimo di "umanità" altrimenti rischio di soccombere sotto i macigni del politically correct!), più lo si vorrebbe in un certo modo e più si delinea l'ambiente che lo rispecchia fedelmente o che gli permette di potersi predicare al meglio delle sue possibilità: una città, un ambiente che non impone restrizioni né barriere architettoniche al singolo che voglia vivere sia come singolo che come individuo in relazione ad altri individui. Una città, insomma, che rappresenti il microcosmo-umano e allo stesso tempo il macrocosmo-stato in un gioco di specchi non deformanti che riconducano l'uomo nella città e la città nell'uomo.

giovedì 24 novembre 2011

Con che cosa scavavi?

- E con che cosa scavavi?
- Con le mani.

Ecco l'uomo. Eccolo nella sua nudità, privo di strumenti di fronte all'urlo assordante della fiumana, del travolgimento di ogni certezza insita in ogni singolo mattone, uno sopra l'altro a difenderti dal mondo e a ripararti nel nucleo della tua intimità, dove nessuno dovrebbe poter accedere. Eppure ad un tratto lo schiaffo della terra ci raggiunge e ci espone: non più pareti, non più tetti, niente regno.

- E con che cosa scavavi?
- Con le mani.

La mia casa è stata circondata dal fango che poi è argilla e presto si indurirà. Forse dovrei costruire la mia casa con l'argilla, forse tutti dovremmo farlo e, quando le piogge arriveranno (perché ditemi voi se è una novità la pioggia!), la mia casa si scioglierà e scenderà a valle e poi al mare. Così, finita la pioggia, potrò costruirmene una nuova (un po' più discosta dal fiume questa volta).

- E con che cosa scavavi?
- Con le mani.


martedì 27 settembre 2011

Dal "know how" al "noau"

Come gruppo di soggetti limitanei noi italiani siamo sempre stati abili nell’arte prodigiosa della rielaborazione a nostro uso culturale delle influenze delle decine di conquistatori che hanno attraversato il territorio che abitiamo. Una tale capacità di riordino dell’estraneo in una forma originale e a noi rispondente ci ha resi una masnada di guitti, saltimbanchi, truffaldini, equilibristi e geni. Alla stregua di quei fermenti che trasformano il latte in yogurt, abbiamo dato corpo a prodotti in cui si riconosceva e l’origine derivata e la genuina autonomia ontologica.

Lo abbiamo fatto. 


martedì 8 febbraio 2011

Martirio e supplizio

Nel momento del martirio si ha a che fare con un corpo che vive.

Uno degli elementi che avvicina i corpi viventi tra essi e li parifica è la condivisione del dolore fisico: uomini, donne, bambini, cani, cavalli e altri siamo accomunati dalla percezione del dolore che è una delle maggiori manifestazioni sensibili che un individuo può provare. E questo il suppliziante o il torturatore lo sa bene.
Nel martirio dunque concorrono almeno due corpi identici nel dolore: il martirizzato sa perfettamente che il torturatore è ben consapevole del dolore che gli sta arrecando e, proprio per questo motivo, non vede via di fuga e nella maggior parte dei casi si arrende; il torturatore sa perfettamente che il torturato soffre e sta per cedere proprio per quella consapevolezza.

lunedì 20 dicembre 2010

Mediterraneo in Media

Vivere in una terra di mezzo ci educa alla consapevolezza del completamente diverso; è un abito mentale insito nei nostri cromosomi, nella memoria dei nostri corpi, in quanto abitanti del centro di un universo compiuto, culturalmente autosufficiente e rigoglioso. Qui il completamente diverso diventa anche un diverso che completa, poiché posso riconoscermi nell’altro da me elevando a pietra di paragone proprio ciò che ci diversifica, poiché ciò che non sono apre ai miei occhi infiniti orizzonti di ciò che sarei potuto essere, che potrò divenire o, perfino, ciò che un tempo sono stato.

Il Mediterraneo, che è fatto dalle identità delle donne e degli uomini che si affacciano su questo mare isolato, racchiuso, quasi coccolato dall’abbraccio delle terre è, in un in potenza sempiterno, il luogo eletto per questo interscambio di vite che fluiscono come le correnti che lo muovono, sotto la patina del salato.

Alcuni, poi, lo raccontano e, raccontandolo, lo modificano, lo impreziosiscono o, peggio, lo deformano. È vero che i nostri occhi lavorano come caleidoscopi rifrangenti, e alle volte disegnano meravigliose geometrie colorate e certe altre terribili accozzaglie di toni scuri.

Qual è il modo di approcciarsi dei media al racconto del Mediterraneo e dei popoli che lo abitano? Quale interesse è sotteso a questo o quel modo di mediare una realtà?

Raccontare è un lavoraccio; non sai mai se ciò che dici corrisponde al vero o se stai seguendo le tue allucinazioni fisiche o ideologiche. Eppure è allo stesso tempo necessario, poiché l’immaginario collettivo su cui si fonda il reale ha bisogno di racconti per continuare a permeare la meravigliosa struttura scenica che ci siamo costruiti come habitat. E il Mediterraneo è un meraviglioso teatro pieno di quinte.


F. Alessandro Motta

mercoledì 10 novembre 2010

Fenomenologia della pioggia o un millimetro di spessore

Plic stocastici sopra le nostre teste, case, strade.

Plic che si insinuano nelle fessure delle rocce, tra le radici emerse di ex boschi, tra le crepe dei muri delle case, antiche o vecchie o nuove.

Rigagnoli silenti o sferzate ventose che s’abbattono contro le facce e le facciate e lavano, certe volte, e corrodono, altre.

Acquazzone, pioggerella, lieve umidore, precipitazioni torrentizie, schiaffo naturale, ciclone, condizione definitiva e definitoria.

La pioggia, inzuppa villani, per malizia o per mera gravità, impregna ogni luogo di sé e lo ammorbidisce, sfaldando le pietre, illanguidendo i legami delle cose che, d’un tratto, si abbandonano alla caducità propria dei mortali e gli immobili si fanno mobili e, derive fangose discendono di una natura terribile e placida, vorticosa e placida, impetuosa e placida, rumorosa e placida; ché la Natura, dal suo punto di vista, non si cura.

E l’acqua che esonda, tracima, trabocca, rigurgita, vomita, esulta, si libera, non defluisce secondo le vie naturali – che noi abbiamo interrato e su cui abbiamo costruito palazzi – ma permane: nelle case, nelle colture, tra i mattoni che si spezzano, sopra le nostre teste bagnate da un’ineluttabile conseguenza.

Persino la terra s’allarga sotto ai nostri piedi e tenta di ingoiarci, pre-tumularci, poiché di noi s'è proprio scocciata, del nostro brulicare incurante, del nostro ammazzarci per un dominio che poca acqua può far scomparire. In fondo, viviamo incerti sopra un millimetro di spessore.


F. Alessandro Motta

sabato 17 luglio 2010

del genere - tentativo primo

L’imbarazzo che provo nel momento in cui mi approccio alla questione del genere, delle sue identità e delle sue differenze, credo sia da attribuire al fatto che quando si parla di genere si commette, pur non volendo, un errore.
Non è errato dire che esistano le femmine e i maschi; è poco corretto dire che la differenza di genere sia essenziale per definire una più ampia differenza tra corpi. Un maschio e una femmina differiscono solo per avere una biologia cromosomica differente? O, forse, sono i corpi a differire tra loro in base al pensiero che abbracciano?
Se gettiamo uno sguardo alle nostre spalle ci accorgiamo che la Storia ci ha inculcato degli stereotipi in merito al maschio perfetto e alla perfetta femmina: un maschio deve essere aggressivo, virile, forte, capobranco, mentre la femmina è l’angelo del focolare, è colei che accudisce i figli e fa economia domestica.
Questi elementi di comportamento sociale non sono altro che ruderi stantii di ruoli sorpassati.
Il genere femminile e quello maschile si differenziano, socialmente, per il ruolo che i rispettivi corpi sono chiamati a ricoprire all’interno della società: ogni femmina ha un’etichetta ben visibile che dice come ci si deve comportare e come la società si aspetta che la portatrice di quella etichetta si debba comportare e così vale anche per il maschio.
Ciò accade solo perché la nostra società a pensiero unico è portata naturalmente alla semplificazione: se davvero si osservasse con più attenzione la differenza nel genere più che quella di genere, se si ponesse mente alle più o meno leggere sfumature che connotano il genere singolare, allora si giungerebbe a una tale esplosione del genere per cui ogni discorso in merito risulterebbe incompleto e, quindi, sostanzialmente inutile. Anche questo è, quindi, un discorso inutile, poiché non sono in grado definitivamente di affermare cosa davvero differenzi i generi tra loro se non la multidimensionalità del corpo. Ed è forse da qui che si dovrebbe ri-partire dopo che i pensieri delle donne hanno assicurato un approdo sicuro al percorso di individuazione delle peculiarità. Tuttavia l’approdo, seppur sicuro, non è più sufficiente, in quanto le barche ormeggiate a quel molo sono diventate troppe.
Genere femminile, genere maschile, trans-genderismo, trans-sessualismo, omo e etero e bisessualità sono elementi che, combinati tra loro, danno vita ad una produzione identificativa così ampia per cui dire che un maschio è maschio e dire che una femmina è femmina significa non dire niente.
Come dovremmo rapportarci ai generi, dunque? La risposta è, ancora una volta, che non è ai generi che si deve rendere conto, ma ai corpi. Ogni corpo rappresenta un mondo a sé stante tale per cui ogni affermazione di identità diventa affermazione di singolarità, in cui l’unica comunità davvero coesa è quella dei corpi, mentre le altre si frantumano nelle varie definizioni identitarie e quindi di somiglianza o, peggio!, di identità. Seguendo questo declivio si potrebbe giungere al paradosso che due maschi sono identici come sono identiche due femmine e torneremmo a definire il prototipo del maschio e della femmina universali ai quali tutti dobbiamo conformarci senza possibilità di confronto. C’è molto altro dietro un organo sessuale o dietro una coppia di cromosomi: c’è il pensiero che oltrepassa le barriere ormonali e persino quelle storicizzate, che compie il salto delle mura concettuali che l’idea dominante (che è quella del patriarca) ha eretto tutto intorno a noi. E il pensiero, seppur prodotto da un corpo sessuato, combatte strenuamente contro i legacci con cui quel sesso è stato imbrigliato, fino al punto in cui può dirsi autentico e, finalmente, oltre le determinazioni generiche.


Alessandro Motta

lunedì 5 luglio 2010

Ritratti

L’uomo è un continuo viandante lungo strada della realtà; il suo viaggio non è destinato a terminare, se non in rare eccezioni, perché la sua meta è il vero e l’unica certezza di verità di cui deve accontentarsi è un atto di fede.
Egli per natura indaga il reale, fin da quando, bambino, chiedeva insistentemente Perché? e due sono gli strumenti di indagine che possiede: i sensi e l’intelletto. Gli uni ci offrono il dipanarsi della realtà fenomenica, l’altro ci aiuta a trovare le relazioni tra le cose.

Di tanto in tanto qualche viandante devia dal suo percorso di ricerca per fermarsi in qualche borgo e chiacchierare con la gente che incontra di quello che ha potuto vedere, del vero, del verosimile, della realtà ingannevole delle cose. E racconta, a modo suo, cosa ha visto, cosa ha percepito.

Qualcuno del borgo non lo capirà, qualcun altro non lo starà neppure a sentire, alcuni intenderanno a modo loro e per quanto egli possa sforzarsi di essere chiaro e preciso e descrittivo nessuno avrà la sua identica idea.

È come se egli avesse affondato le mani nel flusso del vero e ne avesse tratto ripetutamente brandelli colanti, cercando di tinteggiare con quello che gli restava ciò che aveva visto. Il viandante, così, ritratterà la verità per i suoi uditori e loro, a loro volta, lo faranno per se stessi.

Ritrarre significa molte cose più o meno pertinenti con il nostro senso comune. Poi significa altre cose che pochi si sognerebbero di accostare a un quadro o una descrizione letteraria di qualcuno.
Nel ritratto, un dipinto da qualcuno di qualcuno, accade la sovrapposizione di almeno quattro realtà: ciò che sostanzia il reale (si direbbe "il vero"), la realtà percepita, il dipinto, l'occhio di chi osserva il dipinto. La stessa cosa accade per un testo letterario.

Il ritratto è, perciò, la versione meno veritiera della realtà così com'è, ma forse è la più veritiera della realtà così come il soggetto la costruisce: vi imprime talmente a fondo la propria azione modificatrice e interpretativa che è impossibile pensare di trovarsi di fronte a una grande mistificazione.

Del resto noi non viviamo nella realtà in-visibile, ma solo in quella che ci viene data dai sensi.

Il termine ritrarre conforta quanto detto, dato che il concetto che porta con sé è un trarre di nuovo, trattare nuovamente, tornare sulla cosa con la penna della propria sensibilità che annulla la distanza tra la cosa osservata e l'osservatore fino al punto in cui chi descrive, chi ritrae, ha già posseduto la percezione sensibile dell'oggetto e adesso ne ri-costruisce il senso. Il senso, per alcuni linguisti, è il modo in cui un concetto si offre con le parole.

Quando si giunge alla identificazione del vero, al disvelamento, alle volte chi lo fa decide di ritrattare, abiurare le sue posizioni, e costruisce una complessa ritrattazione. Avendo visto l'aletheia, la copre nuovamente, la rivela, e la rivela ritraendola (cioè, la ricopre ritrattandola). Perché la nudità della verità è una visione insopportabile. Il ritratto è, così, figlio della ritrattazione operata dall'uomo di fronte al tribunale della realtà.

L’indagatore del reale, giunto alla verità o a una sua approssimazione, si ritrae scandalizzato sia perché non riesce a sopportare la terribile dicotomia tra il vero e il reale sia perché non ha strumenti per poterci raccontare ciò che ha visto in maniera differente e maggiormente autentica di come, poi, non faccia.

Di fronte alla paura di una verità indicibile, il ritratto diviene l’esaltazione dei limiti cognitivi del soggetto, esaltazione tragica di quella tragicità di chi contempla la propria debolezza intrinseca e la accetta dignitosamente.


Alessandro Motta