It’s alright and all wrong // For me it
begins at the End of the Road”. Lo intona Eddie Vedder in una delle tracce che accompagnano Into
the Wild, il capolavoro diretto dall’amico Sean Penn. E potrebbe accompagnare
il cammino di Darinka Montico, riportato nel suo primo libro: Walkaboutitalia.
L’Italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni (Edizioni dei cammini, 2015).
Un resoconto di viaggio lungo sette mesi: duemilanovecentodieci chilometri da
Palermo a Baveno, alla ricerca delle proprie radici.
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
martedì 19 gennaio 2016
giovedì 6 agosto 2015
Der Kinotraum. Cinema e sogno in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
C'era una volta
la ex repubblica di Zubrovka, un tempo sede di un impero, dove, nel cimitero
ebraico della cittadina di Lutz, riposa l'Autore di un libro intitolato al
Grand Budapest Hotel, lussuosa residenza di ricche nobildonne mitteleuropee,
amorevolmente accudite dal concierge Monsieur Gustave H. e dal suo
garzoncello (lobby boy) Zero, che insieme vivranno la più straordinaria
delle avventure.
sabato 1 agosto 2015
Ines. Tra la pietas e il minuto quotidiano
Se avessi ancora un walkman lo
utilizzerei per ascoltare il libro di Dario Accolla “Da quando Ines è andata a
vivere in città” (Ed. Zona). È una raccolta di racconti pubblicata nel 2014,
eppure – vuoi per lo stile e per la trovata di cadenzare il testo non in serie
di capitoli, ma in successioni di canzoni come una playlist – ha un autentico
sapore anni ’80. Leggendolo mi viene da pensare al “mio self” del “Pao Pao” di Tondelli o comunque il pensiero viene
proiettato a quel tempo in cui l’essere omosessuale rappresentò davvero un
favoloso atto politico.
martedì 26 maggio 2015
Le mappe delle stelle. Il nuovo umanesimo di David Cronenberg
Sono due le mappe delle stelle
dell'ultimo film di Cronenberg Maps to the stars (2014): le vediamo,
all'inizio e alla fine, accompagnare i titoli di testa e di coda. Bisogna
guardarle attentamente per vedere che sono diverse – la prima, virata in blu
come una vera carta astronomica, è una cartina stradale della città di Beverly
Hills, residenza eletta dell'ultimo Olimpo dell'immaginario popolare
contemporaneo – quello delle stelle del cinema; l'altra, raffigurazione
cartografica di alcune costellazioni, è quindi una mappa delle stelle vere.
Vero e falso accostati, mescolati, confusi fino a non essere più distinguibili:
è un tema sotteso a molte opere del regista canadese. Qui però l'impossibilità
non riguarda la sola percezione dell'individuo, come già in Crash (1996)
o in Spider (2002), ritratti della devianza e della follia, bensì
quella di un'intera società: che nelle intenzioni di Cronenberg non è poi così
diversa dalla nostra.
giovedì 30 aprile 2015
L'olivo e l'olivastro
È quasi difficile seguire l'effluvio d'intimità
che è in questo libro di Vincenzo Consolo. Intimità tesa, traboccante
dell'idea che ricordare è un salto troppo in alto per atterrare senza farsi
male.
L'olivo e l'olivastro inizia con un
abbandono, cioè quello di Gibellina, piccolo paesino Siciliano in cui il
protagonista è nato. L'abbandono, che è poi solo un recalcitrante fuggire, un
levarsi dal manto di miseria che ricopre il paese dopo il terremoto, è seguito
da un viaggio in treno, che piano risale la penisola, e nel suo risalire,
scorre tracciando quasi un solco nella memoria. Tale squarcio è ferita da cui
inizia uno sgocciolare, un raggiare ricordi.
Allora il lettore - così come l'autore – viene
incalzato da una serie di inesorabili immagini che sfilano davanti ai suoi
occhi, pagina dopo pagina, a passo di processione. Ma è con raffinata acutezza
che Consolo promuove ad opera letteraria tale collettivo di respiri, immagini,
visioni e ricordi: e lo fa togliendo all'Odissea uno dei suoi episodi più cruciali,
abbindolato l'autore stesso dall'enorme capacità del mito omerico di sedurre in
ogni tempo le menti degli uomini.
Spoglio, lacero e consunto è infatti Ulisse,
dopo l'arrivo da naufrago sull'isola di Scheria, terra dei Feaci. Rimasto senza
compagni, quasi vinto dalle furie del mare, è l'uomo più solo del mondo e
scivola come un rivolo verso il fondo della dignità umana. La mente sta per
toccare le frange del sonno, quando l'eroe multiforme trova rifugio infilandosi
tra due folti cespugli nati da un medesimo ceppo, uno d'ulivo e l'altro
d'olivastro. Nascono da un medesimo ceppo questi due simboli del "coltivato
e del selvatico, del bestiale e dell'umano", dell'attendibile e
dell'incerto, quasi a voler significare una diramazione che è congenita nelle
cose, come lo è nella ramaglia sotto la quale trova rifugio Ulisse.
Biforcazione dunque in due vie, due ramature: quella del rigoglio e della
perdizione, quella della baldanza che è nel flutto e della rovina che è nella
risacca. È in tal modo che le storie raccontate dallo scrittore Messinese si
pongono dinnanzi al lettore, ovvero a guisa prima d'olivo e poi d'olivastro,
come in una storia d'amore che fin quando può riesce a mostrare il suo
sentimento più coltivato; ma che poi diviene, sotto il patrocino del tempo,
viluppo intricato di fogliame selvatico. Le storie, i luoghi e i personaggi di
cui si parla sono quelli di una sicilianità bella quanto folle, e di una
Sicilia ricca di sfarzi e splendori decaduti sotto le ceneri di tante città,
tante Ilio distrutte dalla piaga bestiale presa dall'uomo che le abita. Così è
il racconto della Milazzo nella cui piana fiorente pascolavano (secondo una
tradizione che va da Timeo a Ovidio, a Plinio, ad Appiano) le vacche del Dio
Sole, ma che viene soffocata, a partire dagli anni cinquanta, dalla raffineria.
"Sulla piana dove pascolavano gli
armenti del Sole, dove si coltivava il gelsomino, è sorta una vasta e fitta
città di silos, di tralicci, di ciminiere che perennemente vomitano fiamme e
fumo, una metallica, infernale città di Dite che tutto ha sconvolto ed
avvelenato: terra, cielo, mare, menti, cultura."
E come di Milazzo, si parla della Trapani "del
sale del tonno e del corallo"; di Siracusa, Avola, Cefalù, Gela,
Catania. Si narra l'architettura di una Caltagirone vista come metafora
dell'Italia intera, nell'opposizione tra la città vecchia barocca e le
mostruosità nate dalla cultura di massa che compongono invece la parte nuova,
sorta nel democristiano cinquantennio di "benessere" venuto fuori
dopo gli orrori del Fascismo. L'autore impreziosisce l'ossatura del libro con
ricordi personali di viaggi, storie di uomini, omaggi ad artisti come Verga e
Pirandello; il Caravaggio del quale si racconta la discesa nelle latomie di
Siracusa e la composizione della Santa Lucia che verrà rifiutata per la sua
troppa verità, come se della Sicilia si accetti di vedere soltanto la bellezza
insita nei suoi mari, nei suoi santi, nelle sue contrade infinite, e non invece
la sofferenza e la lacerazione provocate dall'incuria di uomini stretti nella
loro mentalità chiusa, circolare come un rosario, selvaggia e selvatica come
fogliame d'oleastro.
Di fronte a tutto questo sconquasso (sia esso
"sacco d'orde barbarie o furia di natura") il protagonista,
come detto, scappa. Ma di continuo gli sovvengono le immagini della sua terra:
si può veramente lasciare la Sicilia?
Vincenzo Consolo (che pure ha vissuto a Milano
dal '68) presenta in questo libro del '94 un viaggio, un canto da tragedia per
una terra che si insidia prepotentemente nella testa di chi l'abbandona in un
modo tale da magnificare ogni singolo ricordo. In tale opera, servendosi di una
lingua antica, colorita e preziosa, l'autore descrive la sicilianità come una
mentalità avvezza alla bellezza, ma folgorata ed abituata ad essa in una maniera
perfino eccessiva, tale da apprezzare il sole che la illumina ma da essere pure
accecati da esso e non riuscire dunque a prendersene cura.
In altre parole, quest'opera ricca di toni,
spunti e sfumature testimonia che la grandezza della Sicilia sta nella follia
che l'attraversa.
Alessandro Milone
lunedì 27 aprile 2015
Compitu re vivi
Questo è un libro che ogni volta si fa di sua fluorescenza
(non è casuale il colore della sua copertina, allora, no), perché ogni volta
che, consumato come è, fisicamente, vissuto dentro borsa e zaino, e letto a più
riprese, mi dà l'origine, come "senso del diritto", verrebbe da dire.
Poi, e non è a mero fin di gioco di parole, anche il "diritto al
senso", adesso che penso in reciprocità, questa frase-definizione.
giovedì 9 aprile 2015
Le tre ghinee
Ne “Le tre ghinee” Virginia Woolf
immagina di ricevere una lettera da un avvocato [con una piccola tenuta a Norfolk
e uno studio legale a Londra] il quale chiede alla donna un finanziamento per
la sua causa, ovvero la prevenzione della guerra [siamo nel 1937/38].
La lettera giace sulla scrivania
dell’autrice da tre anni a causa della forte perplessità della stessa
nell’affrontare il tema con un interlocutore profondamente differente da lei:
un maschio. Tale differenza è, ovviamente, biologica ma, soprattutto, culturale
e politica. Come porsi di fronte alla guerra?
mercoledì 14 gennaio 2015
La fortuna di scegliere un libro nuovo per la settimana
Ma quale vergogna letteraria! Alla fine Harry Potter si
rivelò il “libro rifugio” perfetto: divertente, interessante, con una certa
attenzione nel linguaggio, con un meccanismo di suspense ben congegnato e con
alcuni punti di divertimento, è stato il mio “libro più letto sotto le coperte”
in questa settimana. Finito il primo volume sono già passata al secondo
capitolo della serie e spero di mantenere l’interesse alto per tutti gli altri
e arrivare alla fine con soddisfazione. Vediamo intanto se La camera dei
segreti manterrà le aspettative per questa settimana…
giovedì 8 gennaio 2015
Libri per... la settimana
Diciamoci la verità, non sono poi così brava a scrivere
recensioni (ci ho provato, per anni, anni fa, ma forse il luogo non era quello
giusto, poi ci ho riprovato, ma…) è che non ho mai capito come si fa a citare
la frase giusta che ti fa capire che quel libro “beh, dai… non posso non
leggerlo!”, come si fa a ricordare tutti i precedenti scritti di
quell’autrice/autore che hanno davvero segnato un passaggio importante nella
tua vita di lettrice/lettore, e poi… riannodare il testo con i vari riferimenti
culturali e letterari, no, non lo so fare proprio.
E però io ho sottoscritto insieme ad un pugno di scalmanati
senza gloria un manifesto/dichiarazione d’intenti in cui dicevamo che
attraverso la recensione libraria si può dire qualcosa sulla società, che possiamo
criticare – nel senso più pieno del termine – ciò che ci circonda attraverso la
lente, bellissima, delle pagine scritte e pure ho lanciato in rete (sempre con
i soliti senza gloria, temporaneamente senza gloria, diciamo) un progetto di
rivista, e mò che fai? Te ne penti?
lunedì 5 gennaio 2015
Danza contemporanea | a | Barcellona | pg |
Di Labirinto 34 – le
tre giornate d'arte nate dall'efficace sinergia di Ossidi di Ferro e
Collettivo Flock – vi abbiamo già ampiamente detto. Quello che
forse non tutti sanno è che all'interno della rassegna uno spazio
importante è stato dedicato anche alla danza. Non pensate però alle
solite esibizioni da saggio scolastico o a ingessate coreografie da
balletto classico. Parliamo di danza contemporanea di ultima
generazione, libera, dirompente, viscerale, d'impatto. Protagonisti
della performance tre giovani danzatori barcellonesi-messinesi,
Damiano Bucca, Silvia Oteri e Giovanna Perdichizzi. Tre performer che
stanno attualmente mettendo a punto il loro stile frequentando i
corsi del Modem Studio presso Scenario Pubblico a Catania, un
nevralgico punto di riferimento nell'isola per le più aggiornate
tendenze della danza contemporanea di respiro europeo nonché
residenza fissa della Compagnia Zappalà, che tiene alto il nome
della Sicilia nel mondo.
La performance, eseguita
in una delle suggestive sale di Palazzo Calabrò nella giornata di
domenica 28 dicembre e replicata in diversi momenti della serata, ha
raccolto l'entusiasmo e il vivo interesse del pubblico barcellonese.
Non è certo facile per un danzatore avvezzo a palchi e strutture
adeguate ballare scalzo sul nudo e gelido pavimento di un'algida
stanza d'appartamento. Complicazione che tuttavia sembra non aver per
nulla scoraggiato i giovani performer che hanno regalato ai presenti
uno show intenso e coinvolgente, a partire dall'accurata selezione di
una colonna sonora onirico-atmosferica, alla qualità di una danza
fluida, energica, ben equilibrata nei vari momenti piano-forte, ad
una fisicità solida e presente che ha sfidato le leggi di gravità
correndo in verticale sulle pareti della sala nelle fasi più
concitate.
Esito quindi
assolutamente positivo per questo primo esperimento coreutico che, ci
auguriamo, sia solo l'inizio di una lunga serie di eventi che aprano
una nuova brillante stagione per la danza barcellonese. Noi di Ossidi
saremo sempre in prima linea per raccontarvela.
Marco Salanitri
(le foto sono di Salvo Bombara)
mercoledì 17 dicembre 2014
TENNIS, TOPOGRAFIA, TRIGONOMETRIA, TORNADO. Il cosmo matematico di DFW
Ithaca,
New York, Philo e Urbana-Champaign, Illinois, Amherst, Massachusetts;
Yaddo, New York, poi ancora Amherst e Urbana-Champaign; Tucson,
Arizona, Boston, Massachusetts, Syracuse, New York, Bloomington,
Illinois, e Los Angeles, California. David Foster Wallace è stato
uno scrittore statunitense, ed ha vissuto in molte città in
territori assai diversi degli USA: nato sulle dolci colline a nord di
New York, cresciuto nel Midwest che sarà sempre casa sua, in tournée
in tutti gli stati, ed in particolare nella colta New York,
insegnante nelle università cosmopolite della West Coast. Da
adolescente, era stato un promettente tennista, dotato della capacità
di 'giocare a tutto campo', ovvero di tenere a mente in ogni momento
le proprie coordinate, quelle della palla e dell'avversario, tenendo
conto della variabile del vento (ci scrisse su il formidabile
racconto di cui si parlerà in seguito), e di pensare al campo e alla
vita intera come uno spazio matematico da coprire a colpi di
racchetta; in un racconto scritto a ventidue anni, Piccoli
animali senza espressione (aveva già scritto un romanzo a
ventuno, La scopa del sistema), fa costruire alla sua
protagonista mondi interi fatti di linee che compaiono graficamente
sulla pagina scritta; per la sua tesi di laurea in letteratura
inglese e filosofia scelse un argomento che sconfinava, in realtà,
nel campo della matematica (la logica modale): questa acuta
percezione vettoriale che ha caratterizzato la sua vita e nutrito la
sua scrittura mi fa immaginare una linea che unisce le città in cui
ha vissuto, che costituirebbe un poligono irregolare da cui si
protendono lunghi segmenti (sulla East e sulla West Coast). Di
questo tracciato, David Foster Wallace predilesse sempre il cuore, il
suo amato Midwest dove trascorse infanzia, adolescenza e parecchi
anni della giovinezza, ed in particolare lo stato dell'Illinois, che
nell'immaginario wallaciano diviene lo spazio cartesiano originario,
come racconta in Tennis Tv Trigonometria Tornado:
“Il terreno, visto dall'alto, fa pensare decisamente ad una
scacchiera: quadrati di una precisione maniacale di terra coltivata
[..] tutta tagliata da strade asfaltate dritte che sembrano fatte con
filo a piombo”. Questo territorio, geografico e immaginifico,
diviene per lui la base (in senso metaforico ma forse anche
letterale, ovvero base geometrica)
di una poderosa immaginazione, capace di contemplare un numero
elevatissimo di variabili e di giungere a grandezze inimmaginabili,
esponenziali, infinite. Poté accadere così che la nostalgia di
casa, negli anni dell'università nella collinosa Amherst,
Massachusetts, rinfocolasse la passione per la matematica: “per uno
del Midwest, la matematica del college produce un'evocazione
catartica della nostalgia di casa. Io ero cresciuto in mezzo a
vettori, rette, rette che intersecano rette, griglie” e ancora, che
la cartesianità dell'orizzonte della cittadina natale Champaign,
spazio piano, indifeso e percorribile, fosse sconvolta da un evento
meteorologico devastante (e l'Illinois è
realmente sede
abituale di tali sconvolgimenti) il tornado che alla fine del detto
racconto solleva l'autore, l'avversario, le reti del campo e la palla
nel corso di una partita di tennis - e nessuno di loro sarà mai
più lo stesso.
Ancora luoghi ben noti – la Boston dove DFW visse lunghi anni dopo
la laurea, in preda ad una crisi creativa che lo costrinse a svolgere
i lavori più disparati e nel frattempo accumulare idee, spunti,
materiali per questo mastodontico singolare romanzo (oltre
millequattrocento pagine nella prima edizione italiana) che lo
sparerà come un proiettile nell'establishment letterario,
facendo di lui uno scrittore noto in tutto il mondo – in Infinite
Jest (Lo scherzo infinito, la traduzione è mia), ma qui la
geografia locale, e quella mondiale, sono liberamente ricomposte e
Messico, Canada e Stati Uniti fanno parte di un'unica entità
politica, l'Organizzazione delle Nazioni dell'America del Nord
(Organization of North American Nations), il cui acronimo è,
allusivamente, O.N.A.N. mentre il territorio del nord est
statunitense è diventato la grande discarica del Canada.
Ed è significativo che nel romanzo della maturità - che sarà anche
il suo ultimo, pubblicato postumo, Il Re Pallido - la
dimensione spaziale privilegiata sia quella del labirinto, in
cui la possibilità (matematica) degenera in limite (fisico):
ambientato nuovamente in Illinois, nella cittadina di Peoria,
racconta quotidiana routine e avventurosi episodi delle vite di un
gruppo di contabili impiegati nel Centro Controlli Regionale per il
Midwest dell'Agenzia delle Entrate. La città è un assurdo
urbanistico, circondata da una circonvallazione che vorrebbe essere
scorrevole ed è invece mortalmente intasata, per i semafori, per le
corsie ridotte in prossimità dei punti più trafficati, per il
comportamento scorretto degli automobilisti; il Centro Controlli è
un assurdo architettonico, porge il retro alla strada principale ed è
costituito di due blocchi edilizi collegati tra loro solo da 'tunnel
sopraelevati' in 'carbonato di vetronite verde' che li rende torridi
d'estate e gelidi d'inverno, praticamente impraticabili, con
l'edificio rettangolare suddiviso, in un solo piano, in gusci
esagonali che seguono una imprevedibile planimetria radiale; le
vicende biografiche degli impiegati, le più improbabili da associare
all'attività ragionieristica (un'adolescente cresciuta in un
ambiente assai degradato che si finge morta per sfuggire al brutale
assassino della madre; uno studente universitario dedito alle droghe
che perde il padre in un tragicomico incidente; un commercialista
abilitato il cui talento segreto è la veggenza dei fatti,
ovvero la chiaroveggenza; e si potrebbe continuare...). La condizione
di romanzo pubblicato postumo pone una serie di questioni:
l'(apparente) incongruità del libro vuole trasporre, in proiezione
geometrica, quella della vita contemporanea? DFW voleva dare voce a
quel dubbio che lo assillava da studente universitario, “che fosse
vero il contrario di ciò che pensano i paranoici: e cioè che niente
sia collegato a nient'altro” e che la vita fosse solo caos? Non
ci è dato saperlo. Nel 2008 DFW lasciava questo sciocco e angusto
pianeta, passando a noi lettori questo ed altri interrogativi,
trovando la sua personale soluzione al gioco meraviglioso di
variabili e possibilità. Così lo scherzo finisce.
Loredana Di Pietro
venerdì 25 gennaio 2013
Tre uomini in barca (per non parlar del cane)
giovedì 24 gennaio 2013
Quaderno Millimetrato
Sai, l'ultima parte del giorno, trascrivo. Ora ti so
in piccola cornice. Era una compagnia
disordinata il tuo sorriso, madre. Luogo minimo.
Transitorio. Ho difficoltà di mani a trascinarti
qui. Vive così poco l'erba a casa mia. I petali
restano nel bicchiere, la direzione degli occhi,
sui rovi cade. Qui ti vorrei, nome e indirizzo
precisi, equivoci a scansare. Diventa la morte
uno scompartimento d'addii. Una frolla
abitudine senza vita. E del tuo dolore in scena.
Sul divano, io. Te. Le spalle tagliate. Restando
Non sono un poeta né un poesologo e credo che la poesia possa essere di-spiegata soltanto dalla poesia, ché un sapore può essere compreso solo dal senso del gusto. Tuttavia, oggi – e forse solo adesso – vorrei cimentarmi in una lettura personale e non rispondente al vero del Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo; per il sentimento immediato di confidenza buona che mi ha suscitato l'autrice non appena incontrata, per la pacificazione che mi ha donato sentirla leggere le sue poesie, per averle lette a mia volta e averne tratto il senso del giorno dopo, quello che torna alla mente come il sentore di qualcosa che ha contato, lasciando un segno o un segnale.
Il quaderno è millimetrato perché il nostro corpo che s'avanza nello spazio del tempo è così prezioso da necessitare esattezza, quella di ogni nostro rifugio che per essere tale deve essere assolutamente definito, delimitato, come le tasche per le mani che sanno dove cominciano, dove finiscono, fin quanto in fondo è consentito immergersi.
Appare, immediata, la vita totale di una donna che vive da sola [o così a me è parso, come un discorso a uno], nella casa dei piccoli gesti quotidiani, la polpa del caffè, la colletta della nicotina, gli orecchini e qualche gioiello della madre, scorci da cui allo sguardo degli occhi rimbalza in eco il ricordo. E di ricordi – ricordi dell'ora, del prima e del prima adesso e qui – dove una donna si specchia e si riflette una bambina avvolta dalla grande vestaglia della madre – ché il freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo delle minute libertà. E i timori in sospensione nell'atmosfera lattiginosa di un'ora tarda o presta, purché sia l'immobile momento del giorno in cui tutti ancora dormono e lei sussurra e ti racconta senza fronzoli [ma circondata di qualche fronzolo tintinnante] cosa è quell'istante, cosa è il suo corpo adulto, contratto, sensuale di seta del fruscio così flebile che esiste immaginato. E il fastidio per un vicinato omologante e legislatore. E il dialogo franco col padre poeta di presepi e la madre dagli appunti come punture d'ago. E un amore sconfinato, che s'arresta un millimetro prima di finire.
F. Alessandro Motta
mercoledì 23 gennaio 2013
Body Art, Don De Lillo
Titolo originale:
The Body Artist [!]
“So, [ ] beauty remains in the impossibilities of the body”
[Beauty, Einsturzende Neubauten]
improvvisamente il rumore di un corpo che si muove nello spazio, un altro da noi
- era inevitabile, lo sai -
e in un istante di assoluta lucidità una ghiandaia azzurra è lì fuori, mi guarda, guarda me che
sono in questa casa, tutti i gesti che servono e non servono, e io so di esistere perché c’è qualcosa lì fuori che ricambia lo sguardo. ma cosa? «L'antagonista,
ossia “la realtà che ricambia lo sguardo”, non è altro, in
definitiva, che la morte». [Y.Mishima, Sole
e Acciaio]
[...]
tu ora non sei più, ma nella stanza vuota in fondo al corridoio Lui, seduto sul letto
la mia voce, i tuoi gesti, la tua voce - dove sei? - la tua voce
un vocabolario ripescato da un'alluvione
il gonfiore umido di un’amnesia
una radio nella stanza accanto che trasmette un esilio sconfinato
- ed io qui con lui, in ascolto
ma il suo corpo, soprattutto, il suo corpo di uomo-bambino
il suo corpo già dato è lo spazio che lo accoglie dilatandosi
una labilità di presenza fisica che bisognerebbe dargli un nome per tenerlo qui
un nome qualsiasi solo per resistere al disfacimento
catastrofe senza narrazione, qualcosa che viene prima del linguaggio
la parola per chiaro di luna è chiaro di luna
qualcosa che non accade, una stupefazione dispiegata dinanzi all'urlo del mondo
al non-come-se delle cose
che se ti capitasse di cercarlo lungo strade deserte, attraverso campi sterminati di mirtilli, lontano, potresti vederlo capovolto come un occhio prima che la mente intervenga
qualcosa sta succedendo, è successo, succederà
poi succede che qualcosa si rompe e comincio a rispondere al telefono con la sua voce
ora che lui non è più
[...]
ciò che resta è il mio corpo
lo scenario della disfatta, l'estenuante campo di battaglia dove tornano i generali all'alba di ogni sconfitta, una cosa bella e problematica
dopo che ve ne siete andati, ora che il mio corpo è la pellicola, è ciò che resta nel distacco esatto, lento, inesorabile di un adesivo, l’avanzo che opprimo e che mi opprime
e questa è l’arte, forse
tutto ciò che faccio al mio corpo è riduzione e rimozione - tutti i miei gesti meccanici -
è dare narrazione all'esistenza, qualcosa che è l’esistenza stessa, solchi profondi che scandiscono
il prima-adesso-dopo
eliminare i residui organici / rendersi trasparenti / tabula rasa
e l’arte del corpo - ovvero - il corpo dell’artista
il mio.
Riccardo Bolo
in attesa del n. 2 di Capperi!
martedì 22 gennaio 2013
Identità Mutanti
Dalla
piega alla piaga: esseri delle contaminazioni contemporanee
«Come possiamo parlare del corpo? E innanzitutto,
bisogna parlare di un corpo o di molteplici corpi?»
Roland Barthes
Un viaggio nell’arte del corpo estremo che ha come mèta la ridefinizione del concetto di identità. Un viaggio che ha inizio con l’umano e che transita fino alle estreme sponde del postumanesimo. Da Wiener Aktionismus a Marina Abramovic, da Vito Acconci a Gina Pane, il corpo che qui viene messo a nudo, lungi dall’essere mero oggetto di rappresentazione, è esso stesso opera d’arte. Territorio dell’ossessione identitaria, campo di sperimentazione, espressione del limite costantemente superabile e superato.
Quella di Francesca Alfano Miglietti è una scrittura concitata, a tratti vertiginosa. La discesa nelle viscere rimane un’esclusiva degli artisti: l’autrice ne svela gli altari, solleva questioni. Il suo è uno schiudere finestre su vedute da grattacieli altissimi. Dalla Body Art al Post-Human, il lettore è scaraventato su scenari artistici segnati dal desiderio di riappropriazione e d'incorporazione del proprio corpo e del corpo proprio al campo dell'arte.
Dal Korper al Leib.
Dal corpo alla carne.
Da un ripensamento del corpo può muovere un ripensamento dell’(e) identità. Identità sessuale, culturale, etnica. Identità che nell’era del Gestell è anche, inevitabilmente, identità tecnologica. Identità che laddove giunga ad essere percepita come trappola induce all’estremo tentativo di riconcettualizzare l’umano.
FAM ci mostra il corpo degli artisti presentandocelo, a tratti, come una carne, ma senza esaurirne la concettualità. Proprio questa invece potrebbe essere la chiave di volta per passare dalla chiusura anestetizzante del corpo biopolitico alla contaminazione che caratterizza il corpo incarnato che siamo. Solo concependo il corpo come una carne - tessuto connettivo del mondo, nell’accezione di Merleau-Ponty - e muovendosi nello spazio aperto dalla reversibilità del sensibile carnale (quel diastema che è spazio intermedio tra senziente e sentito), l’artista può porsi nella condizione di saldare il suo debito di creatività nei confronti del mondo. Poiché la presenza del mondo è «presenza della sua carne alla mia carne».
Da una metafisica del corpo a un’ontologia del sentire.
Una riflessione - che ad alcuni potrà sembrare un po’ ardita - ci accompagna alla fine di questo viaggio. Mettendo in crisi tutto ciò che per secoli l’ha garantita - ossia i canoni classici della bellezza intesa come unità, coerenza, armonia - l’arte del corpo si pone a denuncia e testimonianza della disarmonia e della frammentarietà che caratterizza il nostro mondo. Al punto che potremmo, accogliendo un suggerimento che sembra darci la stessa autrice, riconoscerle una precisa funzione resistenziale. Non credo di allontanarmi troppo dalle intenzioni di alcuni degli artisti in questione nell’affermare che, per il fatto di riflettere senza concessioni e di riportare alla superficie ciò che si vorrebbe dimenticare o celare, l’arte del corpo estremo riesce - per usare le parole di Adorno - «a far parlare ciò che l’ideologia nasconde» [T.W. Adorno, Note sulla letteratura].
«Lotto contro un’identità unica e unilaterale.
Amo le identità multiple, le identità nomadi»
Orlan
in attesa del n. 2 di Capperi!
martedì 13 dicembre 2011
Cosa volete sentire
Compilation di racconti di cantautori italiani
Che il nostro cantautorato stia vivendo una fase di rinnovato e sferzante vigore è cosa ormai nota; nuove generazioni crescono e con esse rifioriscono i grandi nomi del passato, da Tenco a Battisti passando per Bindi, De Gregori, Conte, Dalla, Gaetano e molti altri.
Tuttavia, che dietro queste “giovani penne” (per citare gli amati Laghisecchi di Michele Mezzala) si celassero anche dei promettenti narratori non era cosa così scontata.
Il plauso va ad un'iniziativa di Chiara Baffa, freelance del mondo discografico ed editoriale indipendente nostrano, che - per Minimum fax - ha saggiamente deciso di chiamare a raccolta tredici nomi-simbolo del giovane e promettente cantautorato nazionale, con alla base un'idea semplice ma efficace: il raccontare, ma soprattutto il raccontarsi, entro la cornice di piccole storie che potrebbero benissimo diventare capitoli di romanzi di elevata qualità.
martedì 6 dicembre 2011
Alice senza niente
Era forse un anno fa. Ero in legatoria a Barcellona Pozzo di Gotto. Entrano una signora e una ragazza (che mi pare di conoscere). Si informano sui prezzi di stampa e rilegatura. Fanno le "vaghe". Poi la ragazza parla di un romanzo presto in uscita sul web.
Alice...
Alice, un romanzo, on line...
Alice...
Alice, un romanzo, on line...
lunedì 21 novembre 2011
Ave Mary
Non sono molto ferrata sulla cultura cattolica, accompagnata, spinta da mia nonna, quando ero piccola ho frequentato molto la chiesa ma mi distraevo spesso e dunque non ho mai elaborato per bene le prediche, le parabole e le parole del vangelo.
Poi, più "matura", ho incominciato a riflettere sulle influenze che la chiesa aveva sulla mia vita quotidiana, pur non essendo io nè praticante, nè credente.
Ed infine, è arrivato questo libro: Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, scritto da una donna che ha fatto studi teologici e che "è stata a lungo animatrice in Azione cattolica".
Poi, più "matura", ho incominciato a riflettere sulle influenze che la chiesa aveva sulla mia vita quotidiana, pur non essendo io nè praticante, nè credente.
Ed infine, è arrivato questo libro: Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, scritto da una donna che ha fatto studi teologici e che "è stata a lungo animatrice in Azione cattolica".
giovedì 1 settembre 2011
Letture sotto la crema solare 50+
Bene. Uno degli altri ossidi si appalesa. Come detto in precedente post le mie letture estive sono incominciate con Taglia e cuci di Marjane Satrapi, una grafic novel godibile per voyeurs da dopo pranzo domenicale. Ho finalmente scoperto di cosa parlassero mia nonna, mia madre e le mie zie mentre prendevano il fresco sul lastrico solare mentre io ero costretto ad andare a dormire! È di sesso che parlavano, di sesso e di maschi e di quanto per loro i maschi fossero o delle comparse macchiettistiche o delle figure essenziali. Tutto questo immerso nel panorama dell'Iran della rivoluzione teocratica e autoritaria. Ciò che non ho affatto condiviso di quel che ti resta in mente dopo la lettura è questo fallace senso di gioia per quelle donne che nel chiuso delle mura domestiche possono liberarsi dell'imposizione del velo. Non è una giustificazione sufficiente e neppure necessaria e non aiuta a rendere al meglio l'idea di ciò che la donna davvero viva in un sistema teocratico incentrato sulla figura del maschio dominante. Certo, è un'opera autobiografica e realmente le cose possono anche andare così, ma - mi ripeto - non è sufficiente.
lunedì 29 agosto 2011
letti d'estate, ma non necessariamente...
Vi abbiamo lasciat@ con alcuni consigli di lettura sotto l'ombrellone, io di ombrelloni per la verità quest'estate non ne ho visti molti, ma qualche lettura estiva l'ho fatta e dunque titoli da commentare ne avrei, vi interessa? forse no, ma si sa, la scrittura-compulsiva da blog a volte se ne infischia di avere un "pubblico", e dunque...
Iscriviti a:
Post (Atom)






