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sabato 27 febbraio 2016

Dell'esattezza...

...e di un fondamentale senso d'eguaglianza, del mare intero, e del viaggiare in treno (leggendo)


La lettura, se possibile, è un dentro del mondo, mentre ci sei vicino, mentre stai al mondo. Non trovi?
Ieri, in treno, per un non lungo viaggio, ho portato con me, anzi la mia borsa me li portava in sé, e per me, due libri, uno dei quali ho la fortuna di avere nella medesima borsa da parecchio tempo (proprio abitante della sua tasca, da qualche mese, non si sa mai!) e l'altro ricevuto proprio di recente. Sono, rispettivamente, Autobiografia di Alice Toklas, di Gertrude Stein (Einaudi, trad. di Cesare Pavese) e Gustavo di Carlo Bordini.

lunedì 27 aprile 2015

Compitu re vivi

Questo è un libro che ogni volta si fa di sua fluorescenza (non è casuale il colore della sua copertina, allora, no), perché ogni volta che, consumato come è, fisicamente, vissuto dentro borsa e zaino, e letto a più riprese, mi dà l'origine, come "senso del diritto", verrebbe da dire. Poi, e non è a mero fin di gioco di parole, anche il "diritto al senso", adesso che penso in reciprocità, questa frase-definizione.

lunedì 20 aprile 2015

A cosa allude la città

la mia città di domenica




















A cosa
allude la città
secondo i tuoi
occhi. persone
s’affacciano al
balcone per
parlare meglio da
soli, con la
strada s’intende
o al telefono con
gl’interlocutori di
passaggio,
magari le linee
coincidono e
come fili del
telegrafo si
comunica un
discorso, o un
dialogo sia pure
per iscritto. A
una città i
telegrammi da
un’altra, ad
esempio, chissà
se ancora
arrivano, o c’è
solo la tivù con la
sua cronaca
nero-cronica e quel
tantino falsata
da riuscire a creare il
panico da un
luogo all’altro,
mentre il primo è
sempre in bilico
tra guerriglia
civile e incomprensioni, l’altro fa
la battaglia finto-pacificata quella
del capitale (quella incivile, insomma) a dettame bancario è
chiaro ma i
telegiornali
hanno come
posto al
contrario la
questione del potere, forte e debole. Allora
la città nella sua
multiforme
opinione
rispettabile
dovrebbe avere
i propri inviati
speciali, che so, i
poeti magari o i
gabbiani che
dall’alto in basso
ne sanno
panoramiche
amicizie col cielo
e le previsioni e
pure cibandosi delle
immondizie si
tengono informati
sui rifiuti di una città,
che andrebbero di
certo rivalutati, oltre che
differenziati.

Giampaolo De Pietro

giovedì 25 dicembre 2014

vi aspettiamo il 27|28|29 dicembre al Labirinto 34

e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia,
dove convergono,
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù, a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta.
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non farsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua,
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraversi infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo,
da luogo a luogo
fino a moli ancora aperti,
dove c’è buio e incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia
e d’improvviso un dirupo,
un dirupo, ma un ponticello,
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’uscita,
è più che certo.
Ma non tu la cerchi,
è lei che ti cerca,
è lei fin dall’inizio
che ti insegue,
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua,
fuga, fuga

Labirinto
Wisława Szymborska

sabato 29 novembre 2014

ripartenza

Buondì a tutte e tutti! Stiamo raccogliendo #recensioni per definire il nuovo, sfavillante, numero di #Capperi!
Tema del numero: il corpo/la corporeità
Rubriche: Mald'estro (poesia), Profondamentepensare (filosofia), Specchio in frantumi ovvero frammenti riflessivi (politica), ever green (classico), di-a-da-in-con-su-per-tra-fra (libro di, a, da, ecc., es, libro per appassionati, libro da viaggio ecc.), sottosale (cinema).
Recensioni: libri degli anni 2000 che abbiano come tema quello del corpo.
Dunque, basta indugiare!  Scegliete la rubrica che più vi piace oppure prendete un libro che vi ha colpiti e che parli in qualche modo di corpo/corporeità e scrivete!
Inviate le vostre recensioni a capperi.redazione@gmail.com con oggetto "rivista capperi".

giovedì 24 gennaio 2013

Quaderno Millimetrato


Sai, l'ultima parte del giorno, trascrivo. Ora ti so 
in piccola cornice. Era una compagnia 
disordinata il tuo sorriso, madre. Luogo minimo. 
Transitorio. Ho difficoltà di mani a trascinarti 
qui. Vive così poco l'erba a casa mia. I petali 
restano nel bicchiere, la direzione degli occhi, 
sui rovi cade. Qui ti vorrei, nome e indirizzo 
precisi, equivoci a scansare. Diventa la morte 
uno scompartimento d'addii. Una frolla 
abitudine senza vita. E del tuo dolore in scena. 
Sul divano, io. Te. Le spalle tagliate. Restando





Non sono un poeta né un poesologo e credo che la poesia possa essere di-spiegata soltanto dalla poesia, ché un sapore può essere compreso solo dal senso del gusto. Tuttavia, oggi – e forse solo adesso – vorrei cimentarmi in una lettura personale e non rispondente al vero del Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo; per il sentimento immediato di confidenza buona che mi ha suscitato l'autrice non appena incontrata, per la pacificazione che mi ha donato sentirla leggere le sue poesie, per averle lette a mia volta e averne tratto il senso del giorno dopo, quello che torna alla mente come il sentore di qualcosa che ha contato, lasciando un segno o un segnale. 

Il quaderno è millimetrato perché il nostro corpo che s'avanza nello spazio del tempo è così prezioso da necessitare esattezza, quella di ogni nostro rifugio che per essere tale deve essere assolutamente definito, delimitato, come le tasche per le mani che sanno dove cominciano, dove finiscono, fin quanto in fondo è consentito immergersi. 

Appare, immediata, la vita totale di una donna che vive da sola [o così a me è parso, come un discorso a uno], nella casa dei piccoli gesti quotidiani, la polpa del caffè, la colletta della nicotina, gli orecchini e qualche gioiello della madre, scorci da cui allo sguardo degli occhi rimbalza in eco il ricordo. E di ricordi – ricordi dell'ora, del prima e del prima adesso e qui – dove una donna si specchia e si riflette una bambina avvolta dalla grande vestaglia della madre – ché il freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo delle minute libertà. E i timori in sospensione nell'atmosfera lattiginosa di un'ora tarda o presta, purché sia l'immobile momento del giorno in cui tutti ancora dormono e lei sussurra e ti racconta senza fronzoli [ma circondata di qualche fronzolo tintinnante] cosa è quell'istante, cosa è il suo corpo adulto, contratto, sensuale di seta del fruscio così flebile che esiste immaginato. E il fastidio per un vicinato omologante e legislatore. E il dialogo franco col padre poeta di presepi e la madre dagli appunti come punture d'ago. E un amore sconfinato, che s'arresta un millimetro prima di finire.


F. Alessandro Motta

venerdì 13 agosto 2010

Come una musica in sovrimpressione su... Un solitario amore


egli non ama certamente il grigio
focolare dell’orma e la forma
caudata della ellisse, non ama
l’astrazione del selvaggio informe
ragionar casto e sicuro. e grido
e greve insaccamento del limo
dove dorme la gora, e l’animo
fioco del tumulto, e la nazione.
ma per sua naturale inazione
e diacona effigie di maestro
accoglie a sé con amorosa laude
l’arte del fabbro e il pentimento vero
del segno inaccessibile e il canto
gioioso dell’ape pronuba.


(Appendice: Ore) da Cuore (cieli celesti)




Voi sognerete l’ombra

Non rigorosa morte io vi cedo,
non vetro che v’abbagli dietro un muro
silenzioso, vaglio quel peso e credo
d’offrire all’ozioso il bisogno, curo
altrimenti di donare al muto,
che sempre muto s’affannò per dire,
verità d’intesserne la trama e quei
molteplici sogni e quei disegni,
ghirigori che possono azzittirvi,
non dirvi, e farvi credere, imporvi
l’inutile sapienza che possiate
risolvere in un soffio, cima lata
di foglia del cui credito dunque vi
sia puro il limite soltanto, l’arsi,
non dove s’apre diletto di clausura.


(Lettere musive) da Cuore (cieli celesti)

Beppe Salvia

Un solitario amore


Con un magnifico capogiro rinnovo la lettura dei versi di Beppe Salvia;
è una decisione vinta in partenza: me ne re-innamorerò.
Sarà ‘ché con la sua “otto volante” poesia riprendo una sorta di equilibrio con il mondo delle cose, quello che dai sentimenti e dalle sensazioni adunchi si rifà i lineamenti chiari e più “adatti” a leggerle, come soffondendosi per conviverci, con nuova forza linfa parola d’accenti accesa, nuovamente accessibile a quel fiuto che sopravvive a ogni dimenticanza, come un filo sul vetro.
Sarà perché le liriche di Salvia partendo dall’otto coricato, tracciano e traggono una serie di corrispondenze tra echi leopardiani, non indietreggiando né varcando, solo oltrepassando, quel certo pessimista, romantico, nostro poeta innato, e pure dalle spalle innevate mi viene da dire; e i gloriosi “ottanta” nostri diretti parenti in fatto di risveglio delle coscienze artistiche post-rivoluzione e pre-computerizzazione.
Rileggo il libro che raccoglie l’opera di Beppe Salvia, intitolato “un solitario amore”, probabilmente da un suo verso, lo riapro oggi che piove, nel ricordo di ieri che era primavera, e ritrovo ogni climax e ogni sintomo di una stagione senza fine, compresa ogni fine e inizio di stagione, di cambio e scambio di prospettiva di clima, luce del sole, sguardo in proiezione a dove tramonterà, e pure io a seguito suo, ho una sensazione di poter tramontare e tramutare, tra quei fogli segna-posto, segna-verso, segna-sogni, dei quali disimbottisco il libro per ripartire da zero, e leggere, con il trasporto e la curiosità di ricominciare daccapo, da capo a coda, e imparare sempre qualcosa di nuovo, come quando, paragone a me caro, ma proprio per affezione più che per riferimento, riascolto i dischi di Nick Drake, e vi trovo sempre una inflessione nuova di canto e accorgimenti di una certa perfezione musicale, soul, folk, naturale come il cangiante verde di un bosco, tutti quei verdi indicibili, impossibili a mio avviso da ritrattare nella tavola dei colori, tutti quei versi impossibili da citare se non regalandovi il suo libro con l’opera omnia e poterne parlare, sempre con il limite di non doverli necessariamente leggere ad alta voce.
Il poeta ha una pena a due ottavi. Quella vera, umana, e un’altra, neppure indotta o dichiarata all’anagrafe dopo il secondo nome, o sullo stato di famiglia riconosciuta come prole o continuazione del proprio nome, dicevo che l’altra, la pena continua/contigua, la cura meticolosa, è quella delle parole, che non sono quelle da scrivere, ma quelle da raccolta del quotidiano esistere, quelle che talvolta stridono mentre tutto fila liscio come il quotidiano, e quelle che si appiattiscono mentre il mondo magari va in fiamme, e non sono proprio secchi d’acqua o mezzi da pompiere, piuttosto fiammiferi per fiammelle ulteriori.



Giampaolo De Pietro


M'innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch'io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

da Cuore, cieli celesti