sabato 27 febbraio 2016
Dell'esattezza...
lunedì 27 aprile 2015
Compitu re vivi
lunedì 20 aprile 2015
A cosa allude la città
| la mia città di domenica |
giovedì 25 dicembre 2014
vi aspettiamo il 27|28|29 dicembre al Labirinto 34
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia,
dove convergono,
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.
Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù, a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta.
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non farsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua,
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraversi infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo,
da luogo a luogo
fino a moli ancora aperti,
dove c’è buio e incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia
e d’improvviso un dirupo,
un dirupo, ma un ponticello,
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’uscita,
è più che certo.
Ma non tu la cerchi,
è lei che ti cerca,
è lei fin dall’inizio
che ti insegue,
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua,
fuga, fuga
sabato 29 novembre 2014
ripartenza
Tema del numero: il corpo/la corporeità
Rubriche: Mald'estro (poesia), Profondamentepensare (filosofia), Specchio in frantumi ovvero frammenti riflessivi (politica), ever green (classico), di-a-da-in-con-su-per-tra-fra (libro di, a, da, ecc., es, libro per appassionati, libro da viaggio ecc.), sottosale (cinema).
Recensioni: libri degli anni 2000 che abbiano come tema quello del corpo.
Dunque, basta indugiare! Scegliete la rubrica che più vi piace oppure prendete un libro che vi ha colpiti e che parli in qualche modo di corpo/corporeità e scrivete!
Inviate le vostre recensioni a capperi.redazione@gmail.com con oggetto "rivista capperi".
giovedì 24 gennaio 2013
Quaderno Millimetrato
venerdì 13 agosto 2010
Come una musica in sovrimpressione su... Un solitario amore
egli non ama certamente il grigio
focolare dell’orma e la forma
caudata della ellisse, non ama
l’astrazione del selvaggio informe
ragionar casto e sicuro. e grido
e greve insaccamento del limo
dove dorme la gora, e l’animo
fioco del tumulto, e la nazione.
ma per sua naturale inazione
e diacona effigie di maestro
accoglie a sé con amorosa laude
l’arte del fabbro e il pentimento vero
del segno inaccessibile e il canto
gioioso dell’ape pronuba.
(Appendice: Ore) da Cuore (cieli celesti)
Voi sognerete l’ombra
Non rigorosa morte io vi cedo,
non vetro che v’abbagli dietro un muro
silenzioso, vaglio quel peso e credo
d’offrire all’ozioso il bisogno, curo
altrimenti di donare al muto,
che sempre muto s’affannò per dire,
verità d’intesserne la trama e quei
molteplici sogni e quei disegni,
ghirigori che possono azzittirvi,
non dirvi, e farvi credere, imporvi
l’inutile sapienza che possiate
risolvere in un soffio, cima lata
di foglia del cui credito dunque vi
sia puro il limite soltanto, l’arsi,
non dove s’apre diletto di clausura.
(Lettere musive) da Cuore (cieli celesti)
Beppe Salvia
Un solitario amore
Con un magnifico capogiro rinnovo la lettura dei versi di Beppe Salvia;
è una decisione vinta in partenza: me ne re-innamorerò.
Sarà ‘ché con la sua “otto volante” poesia riprendo una sorta di equilibrio con il mondo delle cose, quello che dai sentimenti e dalle sensazioni adunchi si rifà i lineamenti chiari e più “adatti” a leggerle, come soffondendosi per conviverci, con nuova forza linfa parola d’accenti accesa, nuovamente accessibile a quel fiuto che sopravvive a ogni dimenticanza, come un filo sul vetro.
Sarà perché le liriche di Salvia partendo dall’otto coricato, tracciano e traggono una serie di corrispondenze tra echi leopardiani, non indietreggiando né varcando, solo oltrepassando, quel certo pessimista, romantico, nostro poeta innato, e pure dalle spalle innevate mi viene da dire; e i gloriosi “ottanta” nostri diretti parenti in fatto di risveglio delle coscienze artistiche post-rivoluzione e pre-computerizzazione.
Rileggo il libro che raccoglie l’opera di Beppe Salvia, intitolato “un solitario amore”, probabilmente da un suo verso, lo riapro oggi che piove, nel ricordo di ieri che era primavera, e ritrovo ogni climax e ogni sintomo di una stagione senza fine, compresa ogni fine e inizio di stagione, di cambio e scambio di prospettiva di clima, luce del sole, sguardo in proiezione a dove tramonterà, e pure io a seguito suo, ho una sensazione di poter tramontare e tramutare, tra quei fogli segna-posto, segna-verso, segna-sogni, dei quali disimbottisco il libro per ripartire da zero, e leggere, con il trasporto e la curiosità di ricominciare daccapo, da capo a coda, e imparare sempre qualcosa di nuovo, come quando, paragone a me caro, ma proprio per affezione più che per riferimento, riascolto i dischi di Nick Drake, e vi trovo sempre una inflessione nuova di canto e accorgimenti di una certa perfezione musicale, soul, folk, naturale come il cangiante verde di un bosco, tutti quei verdi indicibili, impossibili a mio avviso da ritrattare nella tavola dei colori, tutti quei versi impossibili da citare se non regalandovi il suo libro con l’opera omnia e poterne parlare, sempre con il limite di non doverli necessariamente leggere ad alta voce.
Il poeta ha una pena a due ottavi. Quella vera, umana, e un’altra, neppure indotta o dichiarata all’anagrafe dopo il secondo nome, o sullo stato di famiglia riconosciuta come prole o continuazione del proprio nome, dicevo che l’altra, la pena continua/contigua, la cura meticolosa, è quella delle parole, che non sono quelle da scrivere, ma quelle da raccolta del quotidiano esistere, quelle che talvolta stridono mentre tutto fila liscio come il quotidiano, e quelle che si appiattiscono mentre il mondo magari va in fiamme, e non sono proprio secchi d’acqua o mezzi da pompiere, piuttosto fiammiferi per fiammelle ulteriori.
Giampaolo De Pietro
M'innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch'io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.
da Cuore, cieli celesti

